Italiano English

Epilessia: il Mario Negri in prima linea

Individuata una molecola che fa insorgere le crisi epilettiche
Da anni l'Istituto Mario Negri di Milano conduce importanti ricerche sulle cause dell'epilessia e su possibili nuove ed efficaci terapie per curare questa patologia, soprattutto nei casi cosiddetti farmaco-resistenti, cioè quei pazienti che non rispondono al trattamento con i farmaci antiepilettici attualmente disponibili.
In particolare i ricercatori del Mario Negri hanno svolto ricerche sperimentali sul ruolo dei processi infiammatori nell'epilessia, scoprendo che l'infiammazione è uno dei meccanismi che predispone alla comparsa e ricorrenza di crisi epilettiche.
Nel marzo 2010 è uscito un importante lavoro sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Medicine, dove i ricercatori del Mario Negri descrivono la scoperta di una molecola che fa insorgere le crisi epilettiche. Gli studiosi - guidati da Annamaria Vezzani, capo del Laboratorio di Neurologia Sperimentale dell'istituto Mario Negri e con la collaborazionedi Marco Bianchi dell'Ospedale San Raffaele di Milano - hanno scoperto un nuovo meccanismo infiammatorio che contribuisce in modo determinante alla comparsa e alla ricorrenza delle crisi epilettiche. I ricercatori del San Raffaele nel corso degli anni hanno dimostrato che molecole rilasciate da tessuti danneggiati, e in particolare una proteina chiamata HMGB1, sono responsabili dell'infiammazione associata a traumi o stress biologici.
Il nuovo studio ha dimostrato che i neuroni e le cellule della glia, sottoposti a uno stimolo che causa l'epilessia, rilasciano HMGB1, che a sua volta stimola i recettori Toll-like. Questi recettori di norma rilevano la presenza di batteri o virus: lo studio dimostra un loro importante ruolo nella regolazione dell'eccitabilità delle cellule nervose in risposta all'infiammazione.
Il trattamento con farmaci che bloccano gli effetti della molecola HMGB1, oppure dei recettori Toll-like, ha mostrato potenti effetti anti-convulsivanti anche su animali con crisi resistenti ai farmaci oggi utilizzati. E -cosa ancora più rilevante -il coinvolgimento di HMGB1 e dei recettori Toll-like è stato evidenziato anche nel tessuto cerebrale ottenuto da pazienti sottoposti a chirurgia perché affetti da crisi epilettiche insensibili ai farmaci.
La Dottoressa Annamaria Vezzani, coordinatrice dello studio ha commentato “Questa scoperta, oltre a mostrare un nuovo meccanismo alla base delle crisi epilettiche, apre la strada al futuro di nuove terapie anticonvulsivanti, utilizzando particolari farmaci anti-infiammatori per curare l'epilessia. Speriamo sia possibile usarli anche in altre patologie neurologiche associate a processi infiammatori. HMGB1 è coinvolta nelle patologie in cui vi è uno stress biologico e quindi in quasi tutte le malattie”.

Allo studio una nuova terapia genica per curare i casi di epilessia resistente ai farmaci
Negli ultimi anni i ricercatori dell'Istituto Mario Negri, sempre coordinati da Annamaria Vezzani, hanno anche sviluppato una terapia genica per curare l'epilessia farmaco resistente. E' questo il caso del 30% dei pazienti affetti da epilessia, che purtroppo è resistente ai farmaci abitualmente usati per curare le crisi epilettiche. Proprio per questo motivo i ricercatori del Mario negri hanno sviluppato una nuova terapia genica ora in fase di sperimentazione clinica e già approvata dall'FDA, l'organo di controllo statunitense sui farmaci.
Come funziona? Innanzitutto occorre individuare l'area del cervello in cui sorge l'epilessia e da cui partono gli attacchi. Questo si può fare con delle tecniche di imaging e con elettrodi particolari inseriti nel cervello. I pazienti farmaco resistenti fino ad oggi dovevano essere operati, per asportare (laddove possibile) l'area epilettogena. Al di là dei rischi di questo intervento, comunque, non sempre è possibile farlo. In molti casi infatti si tratta di un'area molto importante, senza la quale il paziente non può continuare a condurre una vita “normale”. Si tende quindi a evitare di operare questi pazienti.
Una volta individuata l'area “incriminata” vi si inietta un gene terapeutico, che codifica per una proteina che ha proprietà anticonvulsivante. Basta iniettarlo una sola volta e poi il gene entra a fare parte del patrimonio genetico della cellula in cui è stato iniettato. “Non è detto comunque che la terapia genica funzioni su tutti” osserva Annamaria Vezzani” anche se il suo utilizzo su modelli animali ha funzionato molto bene”.
Annamaria Vezzani è nota per aver ricevuto nel dicembre scorso il prestigioso premio internazionale dell'American Epilepsy Society, conferito per la prima volta a una ricercatrice italiana.