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L'omeopatia non è una scienza

Mentre l’Accademia di Medicina di Francia definisce le medicine omeopatiche senza efficacia, concepite sulla base di idee e preconcetti vecchi di secoli che non hanno alcuna base scientifica, a Bergamo la School of Management dell’Università promuove un Master post laurea sull’omeopatia rivolto ai farmacisti (dovrebbe servire a “fornire gli strumenti di comprensione al cliente, attraverso un percorso comunicativo ed analitico che si inserisce su un tessuto di conoscenze tecniche di marketing”). Ma si può istituire un corso post laurea per una pratica che vorrebbe curare le malattie in spregio ai principi fondamentali della medicina e della scienza? L’omeopatia è nata in Germania tanti anni fa quando circolava una storiella “muoiono più persone di cure che di malattia”, tutto vero, ma eravamo alla fine del ‘700. In quel clima di mancanza di conoscenze scientifiche Samuel Hahnemann si era messo in testa che una sostanza che produce certi sintomi può essere usata per curare malattie che danno gli stessi sintomi - similia similibus curentur – purché venga somministrata in piccolissime quantità. Il principio attivo veniva diluito un numero enorme di volte; è come mettere una goccia del rimedio omeopatico in un volume d’acqua grande cinquanta volte la terra. Si capisce che la possibilità di trovare anche solo una molecola del principio attivo in qualunque preparato omeopatico è pressoché nulla, e lo sanno anche i sostenitori dell’omeopatia. Ma – dicono – c’è lo scuotimento che trasferisce le proprietà al solvente; l’hanno chiamata memoria dell’acqua e ne hanno scritto anche su Nature tanti anni fa ma presto si è capito che era un imbroglio. Nessuno dei tanti studi che sono stati fatti finora “ha mai fornito prove sufficienti a raccomandare l’omeopatia per alcun tipo di disturbo” (è la conclusione della rivista inglese Effective Health Care che esamina l’efficacia degli interventi medici). “Ma se milioni di italiani ricorrono alle medicine alternative un motivo ci sarà”. Qui bisogna intendersi. Milioni di persone che curano il diabete o lo scompenso cardiaco con l’omeopatia o milioni di persone che quando hanno una malattia vera si curano come tutti gli altri e poi prendono anche rimedi omeopatici? “Ma quando la medicina non può fare nulla, perché non dare all’ammalato la possibilità di curarsi in un altro modo?”. Anche qui bisogna intendersi che cos’è una cura. Qualcosa che guarisce o quanto meno che migliora la qualità di vita, ed è logico che lo si dovrebbe poter dimostrare. Ma per l’omeopatia di dimostrazione di efficacia non ce n’è nemmeno una. Come se non bastasse, si tratta di rimedi che hanno un costo. La gente ha un’idea romantica della medicina alternativa “non funzionerà ma almeno non fa male”. Non è vero, di omeopatia chi è davvero malato qualche volta muore. Sylvia Millecam, un’attrice olandese, bellissima, brava in teatro e tv, è morta per cancro al seno di appena un centimetro; certi medici “alternativi” l’avevano convinta che il tumore non c’era. Ora in Olanda gli ammalati non si possono imbrogliare più. E non basta “da oggi – scriveva il Lancet qualche anno fa – i dottori devono dire chiaramente ai loro malati che l’omeopatia non funziona”.
Il master in omeopatia della nostra Università sarebbe il primo in Italia. Questo è il colmo, proprio a Bergamo dove da dieci anni per un mese intero vengono persino i Premi Nobel a parlare di scienza oltre a tanti altri scienziati di valore che presentano i risultati delle loro ricerche. Possibile che tutto questo non sia servito a niente? E com’è che i professori della nostra Università sono nel Comitato scientifico di Bergamo Scienza e poi promuovono il master di omeopatia per farmacisti?

Giuseppe Remuzzi

[27/03/2014]