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Gli errori cronici della riforma

L’idea di una riforma per “presa in carico di pazienti cronici e fragili” (tre milioni e mezzo solo in Lombardia) è buona. Ma è un vero peccato che il testo sia difficile da interpretare e da mettere in pratica e forse persino in contrasto con la legge. C’è un "gestore" per "stringere un patto con gli ammalati per il  Piano di Assistenza Individuale”, che potrà essere chiunque  lo voglia: singoli medici, gruppi di medici, cooperative, strutture private e persino i grandi Ospedali. Da mesi ormai gli ammalati cronici ricevono una lettera che li invita a sceglierlo questo gestore, finora però l'hanno  fatto in pochi, mentre non si contano gli appelli degli addetti ai lavori sempre più scettici. Tutto da rifare allora? Forse no, ma se l’obiettivo è quello di venire incontro ai disagi di chi ha una malattia cronica non si possono ignorare i segnali di sconcerto che vengono da chi dovrebbe attuarla  questa riforma. Cominciamo col chiederci a cosa serve un “gestore” se la responsabilità degli ammalati - e specialmente degli ammalati più fragili - è comunque del medico di famiglia; è lui che li conosce, li vede quasi ogni settimana e che ha, lui e nessun altro, il compito di tutelare la loro salute. E perché paghiamo il medico di base e poi di nuovo il gestore per fare le stesse cose? Non solo, ma nei prossimi dieci anni avremo 33.000 medici di famiglia in meno, basterebbe  sostituirli con medici giovani che vengano assunti con l’obiettivo di mettere in pratica il Piano Nazionale della Cronicità del 2016, un documento fatto molto bene che illustra in ogni dettaglio tutto quello che si dovrebbe fare per aiutare i più deboli. Infine i medici di famiglia e quelli dell’Ospedale possono integrare le loro attività solo se gli uni e gli altri  dipendono dalla stessa ASL ma finché i primi continueranno ad essere liberi professionisti convenzionati, questo rapporto nessuno riuscirà mai a governarlo. Quanto a decidere chi dovrà fare che cosa per venire incontro alle esigenze dei malati non si può prescindere dalle ASL. Qualcuno pensa davvero che sia l’ammalato - per di più diabetico o cardiopatico o con insufficienza respiratoria – a dover  decidere chi lo deve seguire? E quando saranno 20.000 o 30.000 a voler essere seguiti al Policlinico o al Niguarda, cosa succederà? I grandi Ospedali oggi sono in  difficoltà, un po’ per il blocco del turn-over, un po’ per la legge che obbliga i medici a riposarsi prima di essere stanchi, e poi per il divieto di fare investimenti.  Se gli chiediamo di  attivare i servizi e le convenzioni che servono per assistere tutti questi  ammalati (e per  interfacciarsi per ciascuno di loro  con i servizi sociali) finiranno  per trascurare i malati più gravi e le emergenze mediche vere.  

Di questo passo  i "gestori" faranno qualcosina, i medici di famiglia faranno meno di quello che potrebbero,  e chi lavora nell’Ospedale proverà a  barcamenarsi fra tante cose tutte diverse e non ne farà bene nessuna. Siamo già passati attraverso l’esperienza dei CReG (Chronic Related Group): sappiamo quanto abbiamo speso ma chi sa se tutto questo  ha portato qualche  vantaggio alla cura degli ammalati? Dovremmo poter rispondere almeno  a questa domanda prima di buttarci anima e corpo in un’altra avventura del genere. E non ditemi che con la riforma voluta da Maroni la Lombardia è passata dal “curare” al “prendersi cura”, questo è un vecchio slogan degli infermieri degli anni ’70,  carino a dire il vero  ma con gli slogan non si risolvono i problemi delle malattie croniche e nemmeno quelli degli anziani.

 

Giuseppe Remuzzi

Corriere della Sera, Milano, 27 maggio 2018