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I diritti dei giovani medici

Questa sì che è una buona notizia: i rettori di Milano chiedono alla Regione che gli specializzandi in chirurgia vivano la sala operatoria non più da spettatori - come succede adesso - ma partecipando in prima persona agli interventi sotto la guida di chirurghi esperti. Ci si potrebbe chiedere perché non sia già così (non ho mai capito, per esempio, perché gli specializzandi non debbano poter prelevare organi da cadavere insieme a chi lo sa fare a regola d'arte) ma si dovrebbe cambiare un accordo fra atenei e ospedali obsoleto e mai rinnovato. E chissà che sia la volta buona (così i nostri specializzandi potrebbero fare quello che si fa da anni in altre Regioni e in tante parti del mondo). E già che ci sono i delegati dei rettori potrebbero chiedere alla Regione anche qualcosa di più: la possibilità di lavorare a pieno titolo negli ospedali per tutti gli specializzandi - non solo per i futuri chirurghi - senza dover aspettare gli ultimi due anni di corso. Il medico che dopo la laurea si sta specializzando è un dottore fatto e finito, firma un contratto ed è retribuito. Perché non può fare ciò che sa dal primo giorno, con compiti e responsabilità chiari e la supervisione di colleghi esperti? Tanto più che negli ospedali questo avviene già, ma le responsabilità vanno e vengono secondo le circostanze. Si fa ma non si dice insomma. Se poi l'organico è carente capita che questi ragazzi non si possano nemmeno confrontare con chi ne sa di più. Invece lo si dovrebbe poter fare alla luce del sole, anche perché non si diventa bravi medici guardando gli altri: bisogna mettersi in gioco affidandosi a chi ha conoscenze ed esperienza, ma senza le ipocrisie di oggi. Qualche anno fa, da governatore, Roberto Formigoni auspicava che agli specializzandi si affidassero casi «con un indice di complessità medio-basso» così, diceva, «non ci saranno rischi per i pazienti». Ma in questo mestiere le cose sono semplici o complesse a seconda di come sei tu e di quello che sai fare. Oggi chi si laurea in medicina è più bravo di un tempo (sul test d'ingresso si può discutere, ma senza cultura e forti motivazioni non si passa) e lo è soprattutto chi ha superato anche la selezione perla specialità. È medico, perché non fargli mostrare fin dal primo giorno quello che vale? Anche i pazienti così parteciperebbero ai momenti più belli della vita professionale di questi dottori, e posso assicurare che sarebbe di grande aiuto confrontarsi con ragazzi competenti, entusiasti e non sempre di corsa.

 

Giuseppe Remuzzi, Corriere della Sera Milano, 18/04/2017