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La fede nella scienza

“Assumere i migliori  frutti della ricerca  scientifica oggi disponibile e lasciarcene  toccare in profondità” è scritto così nella prefazione all’Enciclica Laudato sì di Papa Francesco  pubblicata a maggio del  2015. Quasi un anno dopo, Nature  in un numero tutto dedicato  al mondo che verrà (“Tomorrow’s World”)  scrive  “è preoccupante  che i governi  non siano  capaci di fare arrivare alla gente  i dati che la scienza mette  a disposizione in modo che tutti possano  portare il loro contributo  alle grandi sfide che ci attendono”. Insomma, l’Enciclica del Papa e Nature   - una delle più grandi   riviste scientifiche -  parlano lo stesso linguaggio e alla fine ti chiedi, per me per lo meno è stato così, perché i rapporti fra scienza  e fede  siano sempre stati  così difficili. “Se filosofia naturale - che è poi scienza - e teologia sono in disaccordo  - scriveva San Tommaso  (l’Aquinate non l’apostolo del dubbio) 750 anni fa  -  è solo perché  la scienza non ha ancora tutte le evidenze  che si possono avere, ma c’è anche il caso che gli uomini di fede  non abbiano saputo interpretare in modo abbastanza accurato i testi sacri”. I fondamenti  di quel  ragionamento  venivano dalla filosofia greca, quella di Aristotele soprattutto,  fatta di logica, matematica e fisica;  con quei presupposti San Tommaso, ma per certi versi anche  Sant’Agostino ci avevano provato a conciliare scienza e fede  ma la condanna a Galileo da parte della Chiesa ha reso tutto  molto più difficile. “Se la Terra si muove de facto, noi non possiamo mutar la natura e far ch’ella non si muova. Mi illudevo che, superata l’inizial resistenza al nuovo - scrive Galileo -  la forza del  fondato ragionamento avrebbe prevalso sulle posizioni non dimostrate né necessarie, la cui sola efficacia  stava nell’esser inveterate nelle menti de gli uomini”.  Non è stato così, tutt’altro, e pensare che le teorie e gli scritti di Galileo (che in cuor suo era sicuro che i dati della scienza  e la forza della ragione  avrebbero finito  per prevalere) non contraddicono l’idea di una teologia naturale. I  fenomeni fisici si sarebbero  comunque potuti spiegare  come  “cammino della creazione, secondo la sapienza e la potenza di Dio”. Poi però   viene Darwin con la teoria dell'evoluzione; se il processo evolutivo è  governato sostanzialmente dal caso,  un creatore adesso non servirebbe  più (anche se secondo David Lodge e molti altri filosofi e teologi nemmeno  la teoria dell’evoluzione contraddice  necessariamente i dogmi della fede). Intanto però le discussioni, fra i fautori del caso e quelli del creazionismo -  soprattutto negli Stati Uniti -  vanno avanti senza che se ne venga a capo. E allora perché non spostare il dibattito su un piano completamente diverso partendo dal cammino che scienza e religione per secoli hanno percorso insieme?  Nel Medioevo era la Chiesa a sostenere la formazione universitaria di preti e monaci e quello fu il periodo più fertile di scoperte scientifiche  di cui beneficiamo ancora adesso. E che dire della genetica che guarda caso nasce  nel giardino di un convento? Allora furono i gesuiti a diffondere la scienza in tutta Europa. Oggi Papa Francesco (gesuita anche lui) ripropone   il dialogo fra scienza e religione in un contesto nuovo partendo dai fatti, con una profonda considerazione della scienza e degli scienziati, per arrivare ad un’intesa che possa migliorare la vita dell’uomo, di tutti gli uomini. “La Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, ma invita ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune”. E va anche oltre, “la scienza e la religione forniscono approcci diversi alla realtà ma possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe”. E allora perché non provare a leggere quell'Enciclica senza pregiudizi solo e soltanto “dalla parte della scienza” per vedere cosa  condividiamo  e cosa no e  quanta distanza c’è fra gli scienziati e il Papa?  "La sfida urgente di proteggere la nostra terra, casa comune  - scrive Francesco -  è quella di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile poiché sappiamo che le cose potrebbero  cambiare". Passa un anno e  Nicholas Stern,  professore di Climatologia a Londra, scrive  “L’aumento di 1,5 -2 gradi di temperatura  del globo avrà conseguenze spaventose per la popolazione, ma c'è  una straordinaria  potenzialità  per la nuova tecnologia di guidare il cambiamento”. Come lo sappiamo?  “Dai calcoli degli scienziati – scrive il Papa -  e  se vi vien voglia di negare che i disastri ambientali dipendano da sconsiderate attività, andate dagli scienziati e chiedete a loro, quelli sono precisi e parlano chiaro". Per cambiare serve crederci però e  perché succeda davvero ci vorrebbe  un imperativo morale o un’autorità  a cui riferirsi,  ed ecco che  l’Enciclica offre agli scienziati   un aiuto formidabile  a  diffondere l’idea che non c’è  un minuto da perdere. “Ci sono altri fattori, quali il vulcanismo, le variazioni dell’orbita  e dell’asse terrestre, il ciclo solare, ma numerosi studi  scientifici indicano che la maggior parte del riscaldamento globale degli ultimi decenni  è dovuta  alla grande concentrazione di gas serra:  anidride carbonica, metano, ossido di azoto ed altri emessi soprattutto  a causa  dell’attività umana”. E a questo punto il Papa fa propria l’esortazione  dei Vescovi della Bolivia  “i Paesi che hanno tratto beneficio da un alto livello  di industrializzazione, a costo di un’enorme  emissione di gas serra hanno maggiore responsabilità di contribuire alla soluzione dei problemi che hanno causato” è una “road map” per gli scienziati e dovrebbe esserlo a maggior ragione per i  politici e per chi è in posizioni di responsabilità.

Per raggiungere questo obiettivo  – scrive ancora il Papa -  servirebbe  una vera “Autorità Politica Mondiale” che salvaguardi  ambiente, flussi  migratori e disarmo.  Il Papa, fa notare - con una chiarezza e una semplicità disarmante - come finora l’uomo “non abbia   saputo analizzare il mistero delle molteplici  relazioni che esistono  fra le cose”.   Lo stesso, ma proprio lo stesso, con altre parole lo trovate in un articolo che  Nature pubblica a  un anno di distanza dall’Enciclica  ”Quanto alle conseguenze delle immissioni di gas carboniosi nell’atmosfera, i modelli  impiegati finora  dagli economisti  non tengono conto  di molte variabili che ai fini della salute dell'uomo appaiono rilevanti (i conflitti, per far solo un esempio che sono ormai ovunque e gli spostamenti di chi fugge dalla povertà e dalle guerre)”. Salvo che secondo il Papa  “si prendono misure   solo quando si sono prodotti effetti irreversibili per la salute delle persone”.  Non è una visione un po’ pessimistica? No, molti esperti sono convinti che sia già troppo tardi, potremmo non arrivare in tempo “a   causa del riscaldamento globale intere aree del Bangladesh saranno soggette ad alluvioni e lo stesso avverrà in Egitto, mentre parte dell’Africa  e delle Americhe andranno incontro a fenomeni di desertificazione e  milioni di persone saranno  costrette a lasciare la propria terra”. Gli scienziati, e il Papa con la sua Enciclica condividono un’altra grande preoccupazione: quella  della mancanza d’acqua. Si calcola che potrebbero essere miliardi le persone che soffriranno e moriranno per non avere abbastanza acqua nei prossimi decenni e questo vorrà dire di nuovo migrazioni  e guerre. Fa una certa impressione che si riesca a passare da Nature al Papa e dal Papa a Nature  senza perdere il filo  del discorso con argomenti che si rincorrono, si integrano, si rafforzano  per arrivare poi  - scienziati e gente di fede  - agli stessi interrogativi.  Quanti si ammaleranno in più per ogni grado di aumento della temperatura della terra se non facciamo questo e  quest'altro? E di che malattie? E quanti moriranno? E in che parte del mondo?   Finora pochissimi hanno provato a rispondere a queste domande come    se la vita di chi verrà  dopo di noi fosse meno importante della nostra. Scrive  ancora il Papa  “la terra, sembra trasformarsi  sempre più in un immenso  deposito di immondizia”. Un’esagerazione direte voi. Niente affatto. I dati più recenti che abbiamo a disposizione mostrano come nel 2015 gli uomini abbiano prodotto quasi nove miliardi di tonnellate di rifiuti, sei miliardi e mezzo solo di plastica. Se andiamo avanti così  - scrive Roland Geyer che è professore di  scienza dell’ambiente a Santa Barbara in  California   su Science di quest’anno  - per il 2050 i miliardi di tonnellate di plastica saranno 26, e dato che la plastica non si  degrada facilmente,  la metà finirà nell’ambiente e nei mari  e alla fine del millennio il nostro pianeta sarà coperto di “zillion” (è un modo degli anglosassoni per dire di un numero  così alto che non lo puoi nemmeno quantificare)di materiale di scarto e rifiuti di plastica. E chi poteva immaginare anche solo   qualche anno fa  che in un’Enciclica papale si potesse leggere delle conseguenze dello scioglimento del ghiaccio sulle fuoriuscite di gas metano e sulla decomposizione  della materia organica  che “potrebbero accentuare”  l’emissione di anidride carbonica non più contrastata  dalla foresta tropicale al punto di aumentare l’acidità  degli oceani  “e compromettere  la  catena alimentare marina”? Sono gli stessi argomenti  che usa  Eric Chivian professore di salute globale a Harvard nel descrivere sul British Medical Journal i  cambiamenti profondi   cui stanno  andando incontro  gli oceani a causa  della contaminazione  dell’ambiente e che metteranno in pericolo negli anni a venire il nostro benessere.  Proprio come Chivian,  il Papa si preoccupa  della sorte di  funghi, alghe, vermi,  plancton  e piccoli insetti  che sono necessari al buon funzionamento  degli ecosistemi.  Quanto al plancton,  l’aumento della temperatura e l’acidità  ne stanno modificando le caratteristiche come non s’era mai visto prima ma  le conseguenze  di questo sull’ecosistema marino scrive su “Aquatic ecology”  Schlüter Lothar  sono imprevedibili. E che dire degli insetti? Possibile che Papa Francesco  sapesse con due anni di anticipo del lavoro di Plos One che mostra una riduzione  impressionante del numero di insetti -   vespe e api soprattutto - dal ‘90 ad oggi? Chissà… Il Papa vorrebbe che per arginare l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali si investisse in ricerca, anche perché “il grido della terra è sempre di più il grido dei poveri (esposti all’inquinamento da mercurio nelle miniere d’oro e da diossido di zolfo in quelle di rame, per esempio, che servono soprattutto a soddisfare il mercato del mondo industrializzato)”. Più ricerca   insomma   ma nell’assoluto rispetto della scienza e degli scienziati “la Chiesa non ha motivo di proporre una  parola definitiva,   capisce che deve ascoltare  e promuovere il dibattito onesto  fra gli scienziati e  rispettare  le diversità di opinioni”,  perché scrive il Papa “scienza e religione forniscono approcci  diversi alle realtà ma possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambi”.

Nell’aprile di quest’anno, Richard Horton, il direttore del Lancet, scrive “è  tempo  che scienziati ed uomini di fede  si mettano insieme alla ricerca della verità, al servizio dell’umanità e  delle tantissime cose che ci sono da fare lasciando perdere   l’approccio dogmatico  del passato”.   Il  Papa nell’Enciclica era andato anche oltre “la scienza  ha  un ruolo centrale per riparare tutto ciò che abbiamo distrutto,  ma nessuna forma di conoscenza né  di  saggezza deve essere trascurata, nemmeno quella religiosa”. L’ho letto tre volte quel “nemmeno quella religiosa” per essere certo di aver capito bene e ho trovato che fosse un modo  discreto ma  al tempo stesso  molto profondo di  avviare quel dialogo  che il direttore del Lancet auspica fortemente.  

Dell’ambiente ce ne dobbiamo  occupare tutti, ma chi ha fede, ha un dovere  in più per farlo, quello  nei confronti del creatore -  suggerisce quasi  sommessamente il Papa lasciando intendere che l’importante è che lavoriamo tutti per lo stesso obiettivo se mai chi ha fede avrà una ragione tutta sua per farlo eventualmente anche meglio.  “Cosa significa il comandamento ‘non uccidere’, si chiedono i Vescovi della Nuova Zelanda,  quando il 20 percento della  popolazione mondiale consuma risorse  in misura tale da rubare alle  nazioni povere  ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere?”. Non serve essere credenti per sottoscrivere tutto questo e desiderare di  porvi rimedio.  Ma come fare in pratica?  “Servendosi degli straordinari mezzi che la tecnologia di oggi mette a disposizione -   scrive il Papa -  dando ai ricercatori un ruolo prominente con ampia libertà accademica”  e aggiunge che questa  è  “l’unica via  per consentire a tanti uomini di vivere con più dignità e meno sofferenze”.  Anche perché, (sono parole dell’Enciclica)“non si può frenare la creatività umana”. E   come la mettiamo con gli OGM? Nessuna preclusione per Francesco  che  non trascura  di ricordare come  le mutazioni genetiche siano state e siano prodotte dalla natura ma al tempo stesso chiede “attenzione alla velocità imposta  dal progresso tecnologico rispetto ai tempi della natura”. E vorrebbe ancora una volta che ci fosse più ricerca “autonoma e interdisciplinare per portare nuova luce su un problema certamente complesso”.

Uno dei capitoli più affascinanti a mio parere di questa Enciclica  è quello dell’”ecologia culturale” che deve saper salvaguardare  l’identità originale di ciascun gruppo di individui perché la scomparsa di una cultura è altrettanto grave e anche più grave che la scomparsa di una specie animale o vegetale.  Poi viene il capitolo dedicato a politica ed economia, dieci pagine  che affrontano  persino  il problema delle banche. “La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione  per sviluppare una nuova economia  più attenta ai  principi etici, e per una nuova regolamentazione  dell’attività finanziaria e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione  che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano  a governare il mondo”. Non so se questo possa essere in contrasto  o meno con i principi  delle scienze economiche ma certo non c’è nulla di confessionale  in questa posizione che è condivisa,  se non mi sbaglio,  da economisti di valore. E non basta, scrive il Papa  “la politica e l’economia tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado  ambientale ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune”.  E’ un’indicazione  chiara e molto forte con cui politici, economisti e  scienziati si dovrebbero confrontare ogni giorno in rapporto alle loro grandi responsabilità. Dopo si arriva agli stili di vita “dal momento che il mercato tende a creare un meccanismo  consumistico  compulsivo  per piazzare  i suoi prodotti,   le persone finiscono con l’essere travolte  dal vortice degli acquisti e delle spese superflue”. Per questo  il Papa chiede  ai  movimenti dei consumatori di   forzare le imprese  a considerare l’impatto ambientale  nei modelli di produzione ma per questo  “serve un’educazione  che non si limiti ad   informare,  ma sia capace di  far maturare delle abitudini.” Una raccomandazione praticamente identica fin nel dettaglio viene  dal “policy forum”  che si  tenuto a Città del Messico nell’aprile di quest’anno dedicato alla salute dei paesi emergenti e promosso dall’organizzazione Panamericana della Salute: “Education alone may not be enough, need  incentives to ensure adherence”,  non basta educare, servono incentivi che sappiano cambiare   le  abitudini. Siamo a pagina 165 di una Enciclica   fatta di 190   in tutto che assomiglia molto di più a un trattato di scienza che  a una lettera pastorale; nelle ultime 30 pagine c’è più fede che scienza, qui il Papa si rivolge specialmente a chi crede con riferimenti dottrinali  puntuali  ed espliciti. Intanto però il dialogo  più costruttivo che sia mai stato avviato  fra scienza e fede  dai tempi di San Tommaso, è sotto gli occhi di tutti. Adesso tocca agli scienziati far tesoro di quello che ci unisce per affrontare insieme i grandi temi che minacciano l’umanità (tenendo conto anche del fatto che noi raggiungiamo, quando va bene,  migliaia di persone, il  Papa miliardi di  uomini).

 

Giuseppe Remuzzi
Corriere della Sera, La Lettura, 5 novembre 2017