Italiano English

Ora Remuzzi guiderà il Negri "Saremo sempre indipendenti"

Per uno che da quarant’anni è abituato a fare il pendolare tra il nord e il sud del mondo, tra l'est e l'ovest del pianeta, cosa volete che sia andare avanti e indietro dalla Bovisa di Milano? Eppure questa mattina, quando farà colazione alla «Marianna», il suo viso sarà un po' più tirato del solito, e i pensieri – tra un avventore e un altro, che ne approfittano per farsi «visitare» davanti al bancone del bar - saranno tutti lì, a cinquanta chilometri in linea d'aria. Sì, perchè da questa mattina Giuseppe Remuzzi - uno tra i maggiori influencer nel campo scientifico mondiale, fino a ieri tra gli «uomini simbolo» dell'ospedale «Papa Giovanni» - è il nuovo Direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, quello fondato dal Prof. Silvio Garattini - che ne diventa Presidente - più di mezzo secolo fa.

Preoccupato?

Di più.

Ma da dove si comincia?

Dal Negri. Mario Negri e Ospedale però per certi versi sono la stessa cosa, ed è così da quando il dottor Provera ha creato un Dipartimento  pubblico-privato fra Ospedale e Istituto;  più recentemente il dottor Nicora ha voluto che questa attività  potesse estendersi  anche ad altri reparti  oltre a quelli con cui si era incominciato e questo soprattutto a favore dei giovani specializzandi in diverse aree della medicina cui l’Ospedale offre una  formazione fortemente complementare (ed estremamente importante) rispetto  a quella dell’Università. Oggi, tra l’altro, la medicina  è cambiata completamente, non è più  solo questione di visitare gli ammalati, fare esami ed arrivare alla diagnosi. Insieme a tutto questo bisogna avere le idee chiare sulle cause delle malattie. Certe malattie si manifestano allo stesso modo ma possono essere dovute ad  alterazioni genetiche per esempio completamente diverse e allora la cura sarà diversa e questo è specialmente vero per  i  tumori e  per le malattie  rare.

Lei e il Professore avete sempre condiviso tutto sul funzionamento del «Negri», tuttavia c’è qualcosa di nuovo che vorrebbe introdurre, qualcosa su cui non è mai riuscito a convincere Garattini fino in fondo?

Vorrei che con gradualità e senza negare il valore di quanto fatto fino ad oggi il modo di comunicare del Mario Negri potesse evolvere. Fin dall’inizio  la comunicazione del Mario Negri è stata Garattini,  e devo dire che i suoi scritti e la sua presenza in televisione sono molto efficaci. Con la  sua coerenza, le sue idee, la sua capacità di intervenire al momento opportuno ha sempre aiutato la gente  a scegliere  la cosa giusta tra le tante che vengono proposte. E che certe volte ti stordiscono. E’ così che il  Professor Garattini ha rappresentato per il nostro Paese un vero punto di riferimento per la prevenzione delle malattie,  l’impiego dei farmaci e tanto d’altro. Un po’ quello che negli Stati Uniti fa il “Surgeon General”, uno che dice cosa si deve fare e cosa no e di cui la gente si fida. In questi cinquant’anni però il mondo è cambiato e ci dobbiamo adeguare: cercheremo di farlo in modo sobrio e senza enfasi come nella tradizione dell’Istituto senza peraltro venir meno al contributo di Garattini che sarà quello di sempre. Certo che se  sapremo comunicare ancora meglio avremo anche  più risorse e questo ci consentirà, spero, fra qualche anno almeno  di avvicinare gli stipendi e le borse di studio di chi lavora al Mario Negri a quelli della gente normale.

Se tanto mi dà  tanto, resterà alla guida dell’istituto per i prossimi 21 anni: come intende ulteriormente sviluppare la ricerca indipendente che ha sempre caratterizzato il lavoro del «Mario Negri»?

Che Garattini a 90 anni sia ancora sulla cresta dell’onda è un miracolo e i miracoli non si ripetono. Alla guida del Mario Negri io ci starò per molto meno e ho un obiettivo solo:  per i prossimi anni, far sì che nonostante le difficoltà il "miracolo" Mario Negri continui, così che l'Istituto possa continuare ad essere punto di riferimento per la ricerca scientifica dell'Italia e dell'Europa.  Certo continueremo ad essere indipendenti, questa è, ed è sempre stata, la nostra forza e non dobbiamo dimenticare che  la  nostra credibilità in Italia e fuori per i farmaci  ma non solo, nasce proprio da lì.  

Ce l’ha ancora la tentazione di trasferire tutto in Svizzera, oppure l’Italia è riuscita a mettere una pezza su come fare ricerca nello Stivale?

In Italia la ricerca non c’è. Ha mai sentito parlare di ricerca durante la campagna elettorale? Ha l’impressione che chi ci governa abbia un’idea della complessità dei problemi della medicina di oggi?  Chi ci governa saprà che l’unico modo per far migliorare l’economia, avere nuovi posti di lavoro e far star meglio tutti, è investire in ricerca? Lei cosa dice?  

Per uno come lei che negli ultimi 44 anni è entrato in ospedale tutti i giorni è corretto dire che da oggi lascia il «Papa Giovanni»?

Sì e no, certamente non andrò in Ospedale tutte le mattine come ho fatto sempre  ma continuerò ad avere la  responsabilità della formazione degli specializzandi secondo la  convenzione che lega  l’Ospedale al  Mario Negri e all’Università di Milano. Gli studenti di oggi sono bravissimi e quelli che lavorano con noi stanno portando un contributo fondamentale alla cura dei nostri ammalati. Questi ragazzi per conoscenze mediche  non hanno  nulla da invidiare ai medici più su d’età e in più hanno grinta,  passione e tanta voglia di fare.

Al di là di tutto, comunque, cosa «porta via» dall’ospedale per portarselo sempre con sé?

Un sogno: quello che il nostro potesse essere non solo il migliore Ospedale d’Italia ma uno dei migliori dell’Europa; e, dai primi anni ’80, ho dedicato a questa mia idea tempo ed energie anche se non avevo, non ho  e non ho mai  avuto,  nessun titolo a  farlo. “E allora perché lo ha fatto?” dirà lei. Penso che ciascun medico abbia il dovere morale di portare il suo contributo, piccolo o grande che sia, a migliorare la qualità delle cure del suo Ospedale. Essere bravi da soli non serve a niente; per curare bene gli ammalati bisogna essere bravi tutti.  Fra l’altro non c’è niente di nuovo in tutto questo; è  proprio  quello che è successo negli anni ’60 quando il Presidente del nostro Ospedale  - che allora era Giuseppe Pezzotta (avvocato e soldato) - voleva per il suo Ospedale i medici migliori così se li andava a cercare e li faceva venire a Bergamo da tutte le parti d’Italia. In questo Pezzotta ebbe un grande alleato: guarda caso, il professor Garattini  che a quei tempi era  uno dei membri del  Consiglio di Amministrazione.  Insomma, in tutti questi anni ho cercato di dare il mio piccolo contributo a far sì che l’Ospedale di Bergamo si  avvicinasse il più possibile a quello che cinquant’anni fa  ci aveva lasciato l’avvocato Pezzotta (fate le debite proporzioni visto che parliamo di epoche completamente diverse)

Dieci anni prima, invece, c’è un’altra data importante per la medicina del nostro Paese: nasce il Servizio sanitario nazionale. A ben guardare, un traguardo “pazzesco”, ancora oggi, visto che – nonostante tutto – è tra i migliori servizi al mondo. Ne è convinto anche lei?

Il Sistema Sanitario Nazionale è la cosa più preziosa che abbiamo, dovremmo esserne gelosi, purtroppo tanti di noi non si rendono nemmeno conto della fortuna che abbiamo rispetto ad altri paesi. Con il Servizio Sanitario Nazionale l'Italia si è impegnata a dare a tutti la possibilità di accedere alle cure, indipendentemente dalle condizioni economiche e dal ceto sociale e non costa nemmeno tanto: spendiamo per curarci meno della Francia, meno della Germania e meno dell’Inghilterra,  per non parlare degli Stati Uniti che spendono tre volte quello che spendiamo noi per avere poi  milioni di cittadini senza nessun tipo di assistenza sanitaria

Cosa cambierebbe?

Il nostro Servizio Sanitario ha quaranta anni e li dimostra tutti. E’ un sistema che andrebbe governato provincia per provincia cercando di stabilire quali sono le vere necessità di salute dei cittadini per prima cosa. Poi va organizzata la prevenzione delle malattie su cui non si investe mai abbastanza.  Integrare medicina delle cure primarie e medicina specialistica ospedaliera è importantissimo ma finché i medici di famiglia saranno liberi professionisti convenzionati e gli ospedalieri dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, non ci potrà mai essere nessuna integrazione vera. Bisogna anche stabilire, almeno a livello provinciale, chi fa che cosa per quanto riguarda le cure specialistiche. In nessuna parte d’Europa ci sono tanti Ospedali, tra pubblici e privati, di quanti ce ne sono da noi  tra Bergamo e provincia; per  fare tutti più o meno le stesse cose. E’ sbagliato. Si dovrebbe integrare le competenze e dividersi i compiti anche solo per evitare che al pronto soccorso, tanto per fare un esempio, da una parte ci siano 300 persone che aspettano e da altre tre o sette. Il Servizio Sanitario Nazionale poi va riqualificato partendo dai giovani. Se non ce ne occupiamo adesso tra qualche anno sarà troppo tardi. L’età media dei medici dei nostri Ospedali è la più alta d’Europa  e la formazione dei giovani, che in questi anni a giudicare dagli specializzandi che lavorano con noi sono bravissimi, deve cominciare subito.

La sanità privata accreditata le è sempre piaciuta poco, per usare un eufemismo. La pensa sempre allo stesso modo?

Qui dobbiamo intenderci, tutto quello che è privato-privato va benissimo. E va bene anche attirare  persone molto ricche dalla Russia o dai Paesi Arabi (oggi si dice turismo della salute) ed è anche logico che gli imprenditori della sanità facciano tutto il possibile per aumentare il loro fatturato. Se invece parliamo di privato che si regge per il 90% su fondi che vengono dalla fiscalità collettiva, quello accreditato appunto, allora dovrebbe essere solo per le  attività per cui il pubblico è carente e lo si dovrebbe poter documentare. Adesso invece è  sempre il pubblico che paga anche per quelle che chiamano cliniche o Ospedali privati. Così si finisce per avere due sistemi paralleli con un enorme dispendio di risorse. Tutti fanno qualcosa di buono ma nessuno ha abbastanza medici, abbastanza infermieri e le infrastrutture necessarie per poter fare tutto bene. Si è sempre di corsa e quando qualcosa va storto voi siete i primi a scandalizzarvi.

Anche i politici le piacciono poco, però ci sono tanti medici anche tra i politici.

Dai tempi di Platone la politica e i politici sono la quintessenza del vivere sociale, da loro dipende tutto, e soprattutto la salute; e per fortuna ci sono stati e ci sono fra i politici persone di grandi capacità e lungimiranza. Una responsabilità così grande a mio avviso implica che chi fa politica di professione abbia avuto una formazione adeguata, come è del resto in tutti gli altri settori. Ma il  problema più grave, è che i  politici non ascoltano gli scienziati e quasi mai utilizzano le evidenze della  scienza per prendere le loro decisioni, è così in Italia come  nelle altre parti del mondo. C’è un lavoro appena pubblicato su Science che si riferisce alla situazione degli Stati Uniti e ha un titolo bellissimo “Just add science” ("Just add science", Jeffrey Mervis Science 23 Feb 2018, Vol. 359, Issue 6378, pp. 860-863) insomma, “basterebbe solo aggiungere la scienza” [… alla politica]. Quell’articolo dimostra che la politica non può prescindere dalla scienza e invita gli scienziati a non aver paura  di presentare le loro candidature come  membri del Congresso per poter influenzare, se verranno eletti,  le decisioni più importanti.

Quindi la vedremo candidato alle prossime elezioni?
Tra me e la politica c'è la stessa distanza chec'è tra un medico e un esperto di filosofia taoista... Con la politica non c'entro proprio niente. Se faccio una cosa, sono abituato a vedere subito il risultato, e se alla fine della giornata non ho visto almeno venti risultati non dormo la notte. Non mi sembra che la politica abbia questa "metrica", quindi traggalei le conclusioni...».

 

Alberto Ceresoli, L'Eco di Bergamo, 1 Luglio 2018