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Bravi medici e decisioni difficili

Dei dottori degli ospedali si parla se fanno qualcosa di straordinario o se sbagliano. Quasi mai per quello che succede tutti i giorni. E meno ancora per quello che succede nelle unità di cura intensiva. Lo ha fatto la rivista medica britannica The Lancet con una serie di articoli. E con un editoriale fin troppo esplicito: «Dove stiamo andando? Cerchiamo di occuparcene - di chi ha bisogno di cure intensive - e di farlo presto se no questi ammalati da noi faranno saltare il budget per la salute e nei Paesi emergenti non ci sarà più posto nei cimiteri». Ci vorrebbero competenze particolari (ma non ci sono scuole che formino dottori di cure intensive, da nessuna parte). E ci si deve organizzare in modo da riconoscere chi avrà bisogno di cure intensive e occuparsene per tempo, prima che sia tardi. È un forte richiamo a cambiare l' organizzazione degli ospedali, dappertutto e anche da noi. Di quello che succede nelle nostre terapie intensive un po' c' è nel saggio "Scelte sulla vita" di Guido Bertolini. «Ci sono delle volte che vado via sfatto da questo posto; cerco di non pensarci, ma me lo trascino dietro: non riesco a parlarne a casa, ogni sabato sera che sono di turno, ogni 118 che esce, penso sempre che sia mio figlio che viene qua». Il libro è pieno di numeri: quanti si ricoverano, quanti guariscono, quanti muoiono, quando e perché si sospendono le cure e chi decide, e se sono coinvolti i familiari. E di storie: storie di tante notti, di quando si è troppo stanchi, di quando c' è troppo silenzio e hai paura di decidere. «Vorrei tornare studente, con qualcuno che decide per me». Certe volte è più facile non decidere. Ma non decidere in terapia intensiva è come decidere di non trattare quello che viene dopo, una bambina con la meningite o un ragazzo che ha avuto un incidente in moto, per esempio. Le disposizioni di fine vita ce le hanno in pochi, per gli altri decidono i familiari, o il medico. «Cerchiamo di garantire una fine dignitosa, ma a volte garantiamo una cattiva fine». E i familiari il più delle volte non capiscono che cosa sta succedendo. Succede tutto troppo in fretta «noi cerchiamo di far partecipare i familiari, però non si vorrebbe neanche caricarli di cose che in quel momento non sono in grado di affrontare». Ma non è sempre così. Michael De Bakey ha insegnato a tutti i cardiochirurghi del mondo a riparare l' aorta se si rompe. Quando è successo a lui - a 97 anni - non si trovava nessuno che volesse operarlo. Senza chirurgia De Bakey sarebbe morto. Chiedono al comitato etico, ma quelli non sanno che pesci prendere. Così nessuno decide. Ma la moglie insiste. Alla fine un chirurgo si trova. «Sono felice che l' abbiano fatto» ha detto poi a proposito dei chirurghi che alla fine hanno accettato di operarlo. Il bello è che nemmeno si ricordava di aver firmato il foglio con scritto «niente rianimazione se mi capita di essere in coma». Medici bravi e buon senso delle volte fanno meglio del testamento biologico.

Giuseppe Remuzzi