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L'Italia e il paziente che l'America non cura

In questi giorni a uno dei nostri Ospedali è arrivato per e-mail dagli Stati Uniti un messaggio così. “Cerco un dottore che mi aiuti per la malattia di mio fratello. Ha 33 anni e una malattia rarissima. Lo curano all’Hershey Medical Center in Pennsylvania, gli stanno facendo scambi di plasma ma la pressione del sangue continua ad aumentare, sta perdendo la vista e i suoi reni non funzionano quasi più, il numero delle piastrine nel sangue diminuisce giorno dopo giorno e anche i globuli rossi. Credo non ci sia più tempo da perdere. La mia impressione è che di questa malattia in quell’Ospedale lì ne sappiano pochino. Forse c’è una medicina che potrebbe salvarlo, almeno così m’è sembrato di capire, ma a lui non la danno, è una questione di assicurazione: i suoi datori di lavoro gliel’hanno cancellata. Chiamatemi per favore in qualunque momento” (e c’è un numero di telefono).
Ma possibile che a un giovane che si ammala venga tolta l’assicurazione e non lo si possa più curare? Non c’è la riforma della sanità adesso negli Stati Uniti?
La riforma c’è, o meglio ci sarà. Per adesso - salvo avere un’assicurazione privata - per quasi 180 milioni di americani le cure le paga l’assicurazione del datore di lavoro. Il governo paga per i poveri, i disabili e gli anziani ma almeno 40 milioni non sono assicurati “abbastanza” e altri 46 milioni non hanno accesso alle cure incluse quelle più necessarie. Di questi 32 milioni saranno assicurati dalla riforma di Obama, ma solo a partire dal 2014. Comunque la riforma non prevede una copertura per tutti, tanti - forse 20 milioni - resteranno fuori. Le persone giovani per esempio, quelli che hanno appena incominciato a lavorare come il fratello della ragazza della lettera. Il datore di lavoro non li assicura ma loro il lavoro ce l’hanno, e così non possono accedere all’assicurazione del governo per i poveri (‘MEDICAID”) e sono troppo giovani per aver accesso a “MEDICARE”, la forma attraverso cui il governo cura gli anziani.
“Obama ha aperto una strada - scrive in questi giorni il British Medical Journal in un editoriale - ma resta ancora moltissimo da fare”. Cosa si potrà fare di più? Un progetto ci sarebbe. L’hanno pubblicato qualche anno fa sul giornale dell’Associazione dei Medici Americani ed è condiviso da ottomila dottori (tra loro c’è Marcia Angell, è stata direttore del New England Journal of Medicine). Partono dall’idea che la salute è un diritto per tutti non solo per chi ha un buon impiego, e che va garantito dalla società. “E poi – dicono – è l’ammalato che deve prendere le decisioni sulla propria cura, insieme al suo medico. Non le assicurazioni o l’industria del farmaco, che decidono le cure a seconda di quello che gli conviene”. Questi medici vorrebbero una National Health Insurance - un po’ come il nostro servizio sanitario, insomma - sostenuta dalle tasse. E che fosse per tutti, per tutte le fasce d’età, per le emergenze mediche e per le malattie croniche, incluse malattie mentali e cura dei denti. Così ci sarebbe anche in America il diritto alla salute. Aumenterebbero le tasse, ma solo per i redditi più alti. Gli altri pagherebbero una tassa in più per la salute ma non si dovrebbero occupare più dell’assicurazione.
“Certo, per avere buone cure con una spesa ragionevole bisognerà prima stabilire cosa serve davvero ed escludere dai rimborsi le cure non necessarie e non efficaci”.
Il ragazzo della lettera verrà da noi. Forse guarirà o forse no, dipende anche dalla nube, e se arriverà in tempo.
Il farmaco che gli serve l’hanno inventato negli Stati Uniti e lo fabbricano a Smithfield, vicino a Boston. Ma a lui adesso non lo possono dare. E non l’avrebbe nemmeno se la riforma di Obama fosse in vigore già oggi.

Giuseppe Remuzzi