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La buona sanità dei trapianti. Convinciamoci che è un dovere

La prima volta è stato 56 anni fa, Joseph Murray a Boston ha trapiantato ad un ragazzo di 24 anni il rene del gemello. Richard Herrick il ricevente è stato bene per diversi anni. Ronald il donatore ha quasi 80 anni. Da allora di trapianti ne sono stati fatti più di un milione e se non fosse per i farmaci qualcuno dopo si dimentica persino di essere stato malato. Kelly Perkins quando è arrivata in cima al Cervino aveva 42 anni, 7 anni prima aveva avuto un trapianto di cuore. E pensare che se quel cuore non fosse arrivato in tempo Kelly sarebbe morta. Tanti vorrebbero sapere del donatore, conoscere i parenti, ringraziarli. I medici scoraggiano questi incontri e probabilmente hanno ragione e ne hanno fatto una norma ma il desiderio di una mamma di sapere a chi è andato il cuore di suo figlio certe volte è più forte delle norme. Col trapianto si tocca con mano la buona sanità che da noi può essere come il cielo di Lombardia “così bello quando è bello”. E il trapianto agli ammalati non costa nulla (anche quando come per certi trapianti complessi il servizio sanitario spende milioni di euro).
Per anni ci si è concentrati sulla legge (consenso esplicito, silenzio assenso e tante altre norme) ma per avere più donatori non basta una buona legge. Bisogna non stancarsi di parlarne. Tutti, giornali, televisione, politici, chi governa la Sanità, e gli addetti ai lavori.
Dobbiamo convincere la gente che lasciare i nostri organi (quando a noi non servono più) a chi ne ha bisogno per vivere è un dovere come assistere gli anziani e vaccinare i bambini. Molto dipende da noi, si tratta di saperlo spiegare con garbo e sensibilità proprio come quando si chiede a qualcuno di lasciare gli organi dei propri cari. Forse varrebbe la pena di non chiederlo come un favore, ma di spiegare che è un’opportunità che si offre a chi ha perso uno dei suoi cari di aiutare tanti altri ammalati.

Giuseppe Remuzzi