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Maxim e il suo dono senza confini

Fra qualche giorno due persone che se no sarebbero morte lasceranno l’Ospedale per cominciare una nuova vita. Una di loro ha avuto un trapianto di cuore, un’altra di fegato. Sono il cuore e il fegato di un ragazzo di 23 anni morto in un incidente sul lavoro. E poi i reni: aiuteranno due persone che vivevano legate a una macchina di dialisi (quattro ore al giorno, tre volte la settimana per quattro settimane al mese, tutti i mesi dell’anno) a tornare alla vita di prima. E non basta ancora, con il pancreas di quel ragazzo un diabetico potrà liberarsi dall’insulina e non avrà tutte le complicazioni di quella brutta malattia. Di trapianti se ne fanno più di tremila ogni anno. Gli organi ormai vengono soprattutto da persone anziane. Capita anche che muoiano dei ragazzi e che lascino i propri organi. Ma questa è una storia particolare. Sì, perché Maxim - il ragazzo che è morto - veniva dalla Moldavia, era qui per lavorare. Ed è morto proprio mentre lavorava: è caduto da una di quelle scale che si estendono nel vuoto e fanno paura solo a vederle. Trauma cranico, grave. Lo portano in Ospedale in neurochirurgia. Ma è subito chiaro che non si può fare nulla, serve la rianimazione. Poco dopo il ragazzo è in coma e dopo qualche ora muore.
I medici chiedono ai familiari di poter prelevare gli organi. “Sì, certo” risponde la mamma. Pare che Maxim in vita avesse detto “se mi succede qualcosa vorrei che i miei organi servissero a qualcun altro”. Merito forse un po’ anche di un film americano “Seven Pounds” (un ingegnere aeronautico che con la sua macchina provoca la morte di sette persone e poi per un senso di colpa che lo soffoca vuole uccidersi così che i suoi organi possano dare la vita ad altrettante, fra loro una ragazza malata di cuore della quale nel frattempo si era innamorato).
Maxim era uno di quelli che chiamiamo “extra”comunitari. Al suo paese ci tornerà solo fra qualche giorno e solo per essere sepolto, gli organi sono rimasti qua per guarire cinque di noi.
Questa storia ne ricorda un’altra. Mazen Joulani, palestinese è morto in un conflitto a fuoco. La famiglia ha lasciato gli organi in Israele. “Voglio che gli organi di mio figlio possano salvare delle vite, che siano ebrei o mussulmani non importa” avrebbe detto il padre di Mazen quella volta. La storia di Mazen ha avviato tante riflessioni in Israele, Palestina e perfino negli Stati Uniti. “Siamo tutti uguali - ha scritto il Seattle Times in quell’occasione - e i conflitti sono del tutto inutili”. Anche la storia di Maxim farà riflettere. Ciascuno ne trarrà la morale che vuole, saranno diverse. Quello che è successo in questi giorni a Caravaggio (dove Maxim è caduto) prima e a Bergamo poi farà apparire riduttivo il termine “extra”comunitario almeno a qualcuno.
“Quando hai in mano un cuore è un cuore”, ha detto il chirurgo che si è occupato di Mazen. “Cuore ebreo o cuore arabo?”. “Non lo so, e non ci penso in quei momenti lì.”

Giuseppe Remuzzi