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Medicina, una facoltà da dare in adozione

Sulle prime nessuno aveva fatto caso a Irene van der Meer (è il suo vero nome questa volta). Si è laureata in medicina a Maastricht ma per la specializzazione è venuta in Italia.
Irene è discreta, attenta, impegnata e sa la medicina più e meglio dei nostri studenti più bravi. Ma oggi questo non basta più “serve uno scambio continuo tra clinica e laboratorio” (Corriere, 1 marzo). Verissimo. Irene se la cava anche in laboratorio, eccome. Un giorno provano a darle un articolo da rivedere (prima di essere pubblicati i lavori scientifici vengono rivisti da ricercatori indipendenti che diventano arbitri in un certo senso del destino del lavoro, li chiamano “referee”, come quelli del calcio appunto). “Fai tu da referee questa volta” dicono a Irene. Lavora giorno e notte e in due giorni è pronta. Poco dopo arriva una lettera dal direttore della rivista - non succede quasi mai - “grazie, vorrei averne tanti di referee così”. Avrebbe potuto farlo qualcuno dei nostri giovani medici? Proprio no.
Nel periodo passato in Italia Irene ha contribuito a diversi lavori scientifici e ne ha scritto uno tutto da sola. Commento dei revisori: “excellent, well written paper”, insomma un lavoro molto ben fatto e scritto molto bene (e sì che nemmeno per lei l'inglese è la prima lingua). "Ma Irene ha capacità fuori dal comune” penserà qualcuno. Un po' sì, ma Martin de Borst che era venuto prima di lei da Groningen era così anche lui. Dall’Olanda sono venuti anche Christine, Amarens, Wendy, Goos, Liffert, Joyce. Nessuno come Irene e Martin a dire il vero ma tutti più bravi dei migliori dei nostri.
Forse che in Olanda i ragazzi sono più intelligenti? No, l'intelligenza è distribuita dappertutto allo stesso modo.
Se nessuno dei nostri studenti dopo la laurea saprebbe curare gli ammalati e lavorare in laboratorio e scrivere di scienza come Irene e Martin non dipende da loro ma dai loro professori e da come sono organizzate le nostre scuole di medicina.
“Io non ricordo, una sola volta che, trovandomi con colleghi, qualcuno si sia messo a parlare di come migliorare l'educazione dei suoi studenti. Tutti nei corridoi – anche durante i congressi - a fare manovre elettorali per i concorsi” (è un professore dell’Università che lo dice).
C’è qualcosa di vero? Moltissimo. Professori bravi ce ne sono anche da noi, ma è tutto disperso, caotico, senza punti di riferimento sicuri.
“Su questo numero trovate i nomi dei vincitori della competizione per il miglior sito web pensato per educare i giovani alla medicina” scrive Science il 29 gennaio di quest'anno. Da noi una sensibilità così per i problemi degli studenti è di là da venire.
Nelle migliori Università dell’Europa e degli Stati Uniti chiamare un professore bravo - e si fa senza nessun concorso - è un modo per aumentare il prestigio dell'Università e risolvere i problemi economici perché quelli davvero bravi hanno i loro finanziamenti e se li portano là dove vanno. Lo si dovrebbe fare anche da noi. I contributi del Governo dovrebbero tener conto della ricerca che si fa in una certa Università e poi degli studenti che si laureano in tempo e degli stranieri che quell'Università sa attirare. Il ministro Gelmini si sta muovendo proprio in questa direzione, ma “il sistema italiano premia soprattutto la mediocrità ed è mafioso, così i migliori vanno via” scrive Quirino Paris, 75 anni, da 37 professore in California. Ecco perché il ministro dovrebbe avere più coraggio. C’è ancora tempo per salvare le nostre scuole di medicina? Penso di no. E penso soprattutto che non lo possiamo fare da soli. Ci si potrebbe affidare all’Europa. Quelle che da noi erano grandi scuole di medicina - Milano, Pavia, Padova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e forse Torino - potrebbero stabilire accordi formali con le scuole di Francia, Inghilterra e Olanda. Amsterdam o Leiden potrebbero adottare Milano, per esempio. Roma la si potrebbe far adottare da una delle scuole di Parigi, Padova dall’Imperial College di Londra. Si dovrebbero uniformare i programmi e scambiarsi i professori. Gli studenti potrebbero stare un po’ di qua e un po’ di là. Insomma proviamo anche noi a fare quello che ha suggerito questa settimana su Science Timothy J. DeVoogd – neurobiologo di New York. - “la scienza come ponte tra le Americhe”. Loro lo fanno per promuovere la scienza in America Latina e ridurre la distanza che c’è fra Stati Uniti e America Latina. Noi lo potremmo fare per ridurre la distanza che c’è fra i nostri studenti e chi si laurea anche solo a Zurigo o a Friburgo.

Giuseppe Remuzzi