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Proteggere senza dissuadere. La difesa dei donatori samaritani

Qualcuno che vorrebbe donare un rene a chi non conosce c' è anche in Italia. Ma nessuno di quelli che ci hanno provato finora ci è riuscito. Un po' perché ci si deve accertare che il donatore sia sano (anche di mente), e che l' essersi privato di un organo non possa prima o poi compromettere un equilibrio psichico un po' fragile. Donare può essere solo un atto di generosità ma potrebbe anche essere il segno di una qualche forma di instabilità: se uno lo fa per sentirsi gratificato, per esempio, o per aumentare la stima di sé o per la pubblicità che ne può derivare. Giusto quindi accertarsi delle motivazioni vere con garbo e sensibilità e con lo spirito di proteggere chi vuol donare senza mai voler dissuadere per principio. Ma chi giudica con che criteri lo fa? Criteri sicuri non ce ne sono. Negli Stati Uniti qualche anno fa a tre persone che volevano essere donatori samaritani hanno detto no (pare soffrissero di depressione), un' altra commissione ha detto sì ad altri quattro, anche loro un po' depressi per la verità, adesso sappiamo che a questi donatori non è successo niente di particolare. In Olanda - il lavoro è stato pubblicato proprio in questi giorni - a 24 donatori samaritani, e qualcuno qualche problema psichico lo aveva davvero, hanno chiesto due anni dopo se erano contenti della loro decisione. «Se dovessimo tornare indietro, lo faremmo di nuovo», hanno detto. Con i donatori samaritani si utilizzano dappertutto criteri più rigidi che non per donatori viventi consanguinei, anche se nessuno sa di preciso perché. Sarà certamente così anche da noi che già abbiamo norme molto restrittive. Oggi da noi per chi dona - la mamma al figlio per esempio - c' è un magistrato chiamato a giudicare che non ci sia qualche interesse per farlo. E per accertare che uno sia davvero convinto di farlo, c' è una commissione di medici e psicologi che lavora con assoluto (financo eccessivo) rigore. Noi però di donatori viventi ne abbiamo meno di tutti gli altri (l' 8% di tutti i donatori contro il 50% degli Stati Uniti e il 60% dell' Olanda). Così tante persone che col trapianto potrebbero avere una vita normale continuano la loro vita di sempre legata a una macchina di dialisi.

Giuseppe Remuzzi