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Sanità, spazi da ripensare

“Abbiamo il miglior sistema sanitario del paese, ma si può migliorare” ha detto Formigoni in un’intervista al “Giornale” anche se per la Lombardia i tagli previsti dalla finanziaria “sarebbero inaccettabili”. L’intervista fa intravedere una piccola rivoluzione per l’organizzazione della salute in Lombardia. “Razionalizzare le spese, risparmiare, evitare doppioni, riorganizzare le aziende pubbliche, superare le difese campanilistiche”. E’ certamente la strada giusta. Si potrebbe cominciare col chiudere i piccoli Ospedali non solo perché così si risparmia ma ancora di più per dare a tutti garanzie di buone cure. E poi “riclassificare le strutture ospedaliere non per posti letti e numero di prestazioni ma sulla base dei servizi erogati”. Giusto, nei prossimi anni negli Ospedali di letti ne serviranno di meno perché migliori abitudini di vita e nuovi farmaci aiuteranno a prevenire molte malattie. Diminuirà la chirurgia, è già successo con l’ulcera, sarà così per la chirurgia del cuore. I grandi Ospedali dovranno uscire dalle logiche locali e mettersi a disposizione della regione e in qualche caso del paese (e perché no? dell’Europa) in un progetto di collaborazione. Il tempo in cui tutti facevano tutto, e si doveva competere, è finito. “La cosa giusta, nel posto giusto e con gli operatori giusti” dice Formigoni. E’ proprio quello che si dovrebbe fare. Perché succeda però c’è un altro coraggio che bisogna avere, quello di chiedersi: degli interventi che si fanno negli Ospedali – pubblici e privati – quali e quanti sono davvero necessari? La Lombardia negli ultimi anni ha concentrato tutti gli sforzi nel valutare l’efficienza, è venuto il momento di valutare l’efficacia: quanti ammalati abbiamo guarito? quanti hanno vissuto di più di quello che ci si poteva aspettare? quanti hanno migliorato la qualità della loro vita? Formigoni vorrebbe “ridisegnare dal basso la rete di offerta”, vuol dire coinvolgere medici e infermieri del territorio. Questo è il passaggio più significativo dell’intervista perché la nostra salute è nelle mani del medico di famiglia, ma se uno si ammala davvero va in Ospedale e il medico di famiglia esce di scena. Ma è giusto escludere da decisioni difficili, su malattie gravi, proprio chi è stato più vicino all’ammalato fino a quel momento e che se ne dovrà continuare ad occupare dopo? Se il medico di famiglia partecipa ai programmi di cura dell’Ospedale poi sarà più attento ai farmaci che prescrive. E non basta, far lavorare i medici dell’Ospedale con quelli che lavorano sul territorio sarà per tutti e due un’occasione unica di formazione.
“Si potrebbero istituire – dice Formigoni - DRG* territoriali con l’idea di remunerare un percorso di cura”. L’idea è buona e con un po’ di fantasia la soluzione perché i medici di famiglia siano pagati per la presa in carico dell’ammalato, e per la bontà delle cure la si troverà (ma non facciamolo con i DRG per carità, hanno già fatto troppi guai negli Ospedali). Si eviteranno “prestazioni ridondanti e doppioni - dice Formigoni – e con quello che si risparmierà potremo investire in un’altra voce”. Certamente, potrebbe essere l’assistenza agli anziani, quelli che vivono soli o che non hanno possibilità di essere assistiti in famiglia. Perché non trasformare i piccoli Ospedali in residenze per loro (con medici e infermieri quando serve)?


*sta per Diagnosis Related Group, a ciascuna malattia corrisponde una diagnosi ed una tariffa



Giuseppe Remuzzi