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Un test per tutti

I medici del Sacco chiedono che tutti, ma proprio tutti, in tutte le occasioni possibili facciano il test dell’HIV. E’ giustissimo. I politici dovrebbero raccoglierla al volo questa proposta e farla propria. Perché? “Due milanesi al giorno contraggono l’infezione da HIV, padri di famiglia spesso, che tradiscono le proprie mogli e le infettano“ (Corriere 5 gennaio 2010). “Si abbassa sempre più l'età del primo rapporto sessuale per le ragazzine milanesi e dilagano tra i ragazzini una serie di comportamenti sessuali impropri” (Corriere 28 aprile 2010).
Cosa si può fare? Curare i sieropositivi prima che si ammalino. Un po’ lo si sapeva già. Donne gravide e sieropositive se vengono trattate subito con farmaci antivirali quasi mai passano l’infezione al bambino durante il parto. E ci sono altri esempi: medici e infermieri si feriscono accidentalmente con ferri chirurgici o aghi contaminati, se prendono subito i farmaci non si ammalano. E questa strategia vale anche per quelli che si infettano ogni giorno a Milano, persone normali per lo più, con un lavoro, una famiglia, i soliti hobby. Ne hanno parlato a San Francisco nel corso della conferenza sui farmaci antiretrovirali di qualche mese fa. I ricercatori hanno studiato più di 3000 coppie, uno dei due della coppia era sieropositivo. Bene, quelli che facevano il test e prendevano subito i farmaci quasi mai passavano il virus al partner. E’ un piccolo miracolo: dai tempi della penicillina mai niente è stato capace di tenere a bada un’infezione che prima di questi farmaci era mortale. Ma se è così semplice perché non lo facciamo davvero, proprio come suggeriscono gli infettivologi del Sacco? Perché intorno al virus dell’HIV - che invece è un virus come tutti gli altri - c’è ipocrisia, voglia di negare, tanti preconcetti. Essere sieropositivi è infamante, la gente “ti guarda male”. E così chi avrebbe ragioni per fare il test non trova mai il momento giusto per farlo, lo fa malvolentieri, preferisce non sapere e aspetta fino a quando ha disturbi anche gravi certe volte. E intanto passano gli anni. Il partner prima o poi si infetta e se uno ha rapporti con altri sono in tanti a rischiare. C’è chi pensa che chiedere a qualcuno di curarsi perché altri ne abbiano vantaggio sia sbagliato “così si limita la libertà dell’individuo”, “ci sono problemi di privacy…”
Sarà, ma curarsi per tempo è importante anche per chi è sieropositivo. Più si aspetta più si sta male, meno i farmaci sono efficaci. Se si facesse il test a tutti i giovani, e adulti fino ai 70 anni, in tutte le occasioni possibili e se si curassero i sieropositivi prima che si ammalino - e se si dessero i farmaci anche a quelle persone che non sono ancora sieropositive ma rischiano prima o poi di infettarsi - l’AIDS nel giro di cinquant’anni sparirebbe. Come la poliomielite e il vaiolo. A Milano i sieropositivi sono ventiduemila, partiamo subito con un progetto che riprenda lo slogan di tanti anni fa “HIV: se lo conosci lo eviti” (che oggi vuol dire “fai il test, se sei positivo pazienza, curati subito, tu guarisci e gli altri non si ammalano”).

Giuseppe Remuzzi