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Una ricetta per i medici

L'industria del farmaco ha grandi meriti - i vaccini, i farmaci per il cuore e per certi tumori e per il diabete e tanti altri hanno salvato milioni di vite – ma deve fare profitto. Non può essere altrimenti. A mediare tra le esigenze dell’industria e quelle degli ammalati dovrebbero essere i medici che tante volte ci riescono e altre no. Un po’ perché accanto a tanti bravi medici c’è anche la sanità degli affari, un po’ perché l’industria i farmaci vuole soprattutto venderli.
“La verità sull’industria dei farmaci: come ci imbrogliano (how they deceive us) e cosa possiamo fare per difenderci”. In questo libro Marcia Angell non risparmia nessuno. Lei è di quelli che se lo possono permettere. Professore ad Harvard, poi per 25 anni al New England Journal of Medicine, vicedirettore per 15 anni e direttore nel ’99. Ha lasciato nel 2000 per difendere l’indipendenza del giornale dall’ingerenza della proprietà. Certi suoi editoriali hanno fatto scuola. Uno, su tanti: “La medicina accademica è in vendita?“. Da scienziato e da giornalista, di quelli che “fanno” il giornale, Marcia Angell racconta la sua verità. A chi le fa notare che in questi anni l’industria ha messo sul mercato tanti nuovi farmaci lei risponde: ”tanti sì, nuovi no. Il primo farmaco per abbassare il colesterolo era nuovo. Da allora ne sono stati fatti tanti altri più o meno tutti uguali. C’è il caso di un vecchio diuretico, il clortalidone che cura la pressione alta meglio di tanti altri farmaci più recenti. Per gli ammalati va altrettanto bene, per i sistemi sanitari sarebbe un toccasana. Ma all’industria non conviene. Dicono che il costo dei farmaci è così alto perché c’è da pagare la ricerca. Vero? ”In ricerca l’industria spende meno della metà di quanto spende in promozione” replica Marcia Angell. Qualche vantaggio almeno dall’avere tanti farmaci ci sarà: se un ammalato non ci si trova bene con uno, ne può provare un altro, per esempio. “Vero, ma l’industria non sperimenta mai i farmaci nuovi nei pazienti che non rispondono a quelli vecchi”. Tanti farmaci più o meno uguali serviranno almeno a tenere bassi i prezzi. “Neanche, si è mai visto pubblicizzare un farmaco perché costa meno di un altro? No, piuttosto l’industria apre nuovi mercati. Se si convincessero tutti quelli che sono un po’ giù di morale che è depressione, il mercato degli psicofarmaci sarebbe enorme”.
Ma i medici dove sono? Possibile che non le sappiano queste cose? Sì, ma l’industria spende moltissimo per convincerli a prescrivere certi farmaci (è la dimostrazione che fanno poco, chi trovasse una cura per i tumori, o per qualche tumore, o per un tumore, avrebbe clienti da tutto il mondo). Quanto più un medico è bravo e quanto più fa opinione, tanto più l’industria lo coinvolge in attività molto ben remunerate.
Cosa si può fare? Bisogna cambiare le regole. Per mettere un nuovo farmaco sul mercato si deve poter dimostrare che è meglio di quelli che ci sono già, non che è meglio del placebo. Negli Stati Uniti si è creato un codice di comportamento, facciamolo anche noi senza aspettare - come è successo in questi giorni a Firenze - che lo facciano i carabinieri. Basterebbe chiedere ai medici di attenersi all’evidenza scientifica, si dà un farmaco solo se si dimostra che è efficace e fra farmaci uguali, si dà quello che costa meno. E se c’è il generico si usa il generico. Tutto questo lo dovrebbero fare gli Ordini dei Medici (un’iniziativa così fra l’altro sarebbe vista con grande favore dalla gente e aiuterebbe moltissimo il servizio sanitario). C’è niente che può fare ciascuno di noi? Possiamo fare moltissimo. Chiedere per esempio in tutte le occasioni possibili, chiedere che evidenze ci sono che un determinato farmaco sia davvero efficace, se ce ne sono altri che vanno altrettanto bene e magari costano di meno e persino quando si tratta di piccoli disturbi se ci sia proprio bisogno di un farmaco.

Giuseppe Remuzzi