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Che cosa non funziona in quella cura

Dove eravamo rimasti? A pochi punti fermi: 1) per la malattia di Sofia - i medici la chiamano leucodi-strofia metacromatica - non ci sono cure e nulla di quello che è stato fatto finora ha mai dato nessun risultato; 2) il trapianto di midollo qualche volta aiuta ma solo se lo si fa nelle primissime fasi della malattia; 3) sulle cellule staminali mesen-chimali ci sono diversi studi pubblicati ma nessuno è mai stato capace di dimostrare che questa cura portasse qualche vantaggio agli ammalati; 4) Luigi Naldini sta provando a correggere il difetto del gene malato; qualcosa si vede, vale la pena di andare avanti. E il metodo Stamina? Non c'è nulla di nuovo in quello che propongono di fare e quel poco che si sa dimostra che questo metodo potrebbe persino essere pericoloso. Per differenziare le cellule si impiega l'acido retinoico, cosa che si è sempre fatta, ma quelli di Stamina utilizzano concentrazioni e tempi di incubazione incompatibili con il benessere delle cellule. Dicono che la novità sta nel fatto che l'acido retinoico è sciolto in etanolo ma questo lo si fa dagli anni 90 e ci sono persino delle preparazioni commerciali. Quelli che hanno analizzato i preparati di Stamina per conto dell'Istituto Superiore di Sanità ci hanno trovato ben poche cellule rispetto a quelle che si dovrebbero usare per curare le malattie e hanno visto che quelle poche perdono attività nel giro di poche ore. E poi ci sono contaminanti ambientali (sporcizia insomma) e persino sangue in quelle preparazioni e il sangue trasmette infezioni. Ma i giudici vanno avanti, impongono all'Ospedale di Brescia di trattare altri ammalati con malattie neurologiche anche diverse perché gli hanno fatto credere che col metodo Stamina si cura di tutto, dal Parkinson alla malattia del motoneurone, al coma A questo punto il Parlamento decide di autorizzare una sperimentazione purché le cellule siano preparate con le regole della scienza e in laboratori autorizzati. Lo studio durerà 18 mesi e costerà allo Stato, cioè a tutti noi, 3 milioni di Euro. È stata una decisione giusta? Io penso di sì. Di fronte alla pressione dell' opinione pubblica, al desiderio degli ammalati di essere curati, ai giudici che ti impongono di farlo, il Parlamento non aveva scelta. Imporre a Stamina le regole della scienza e farlo in laboratori che rispettino quelle che ormai tutti chiamano buone pratiche di laboratorio era un modo per proteggere gli ammalati. Stamina naturalmente protesta. Fanno riferimento a un brevetto depositato negli Stati Uniti e poi all'autorizzazione dell'Aifa. Le cose non stanno proprio così. Il brevetto è stato depositato ma non è mai stato approvato e l'Aifa non ha mai rilasciata una autorizzazione formale. Ha solo preso atto di un'autocertifica-zione dell'Ospedale di Brescia: poche righe scritte male e che forzano i termini della normativa. Nature scopre tutto. Il metodo non c'è, ci sono invece una serie di imbrogli, secondo la rivista scientifica. Le fotografie allegate alla richiesta di brevetto non sono originali e non sono nemmeno di Stamina. Le hanno prese da due lavori pubblicati da ricercatori russi, le hanno copiate insomma, proprio come fanno a scuola i bambini poco studiosi. C'è lo zampino di tre grandi studiosi nell'aver scoperto questa truffa: Paolo Bianco, dell'Università di Roma, Michele De Luca, che lavora da anni per riparare le cornee con le cellule, e Elena Cattaneo dell'Università di Milano, che studia le cellule per curare certe malattie neurologiche rare e gravissime. Loro hanno lavorato giorno e notte alla ricerca della verità e per fare in modo che chi ha la responsabilità della nostra salute lo possa fare partendo dai fatti. Tutti noi, e quelli si occupano di medicina e ricerca con rigore e onestà, e ancora di più gli ammalati, dovremmo essere grati per sempre a questi tre dottori. Il commento più bello a questa povera storia l'ha fatto in Parlamento Giulia Di Vita, del Movimento 5 Stelle: «Da giovane ingenua, onesta, condizionabile, faccio un ragionamento molto semplice e terra terra, se io fossi uno scienziato che ha scoperto una cura e se avessi davvero come unico scopo salvare le vite di bambini e adulti senza speranza di cura la renderei subito pubblica, documenterei per filo e per segno tutto quello che faccio a chi di competenza in modo che si possa sviluppare e diffondere il più presto possibile anche al di fuori del mio Paese e cambiare davvero la storia. Ma forse sono davvero troppo ingenua».

Di Giuseppe Remuzzi