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Gli ospedali aperti ai giovani

Una volta gli studenti di medicina andavano a lezione, studiavano, frequentavano qualche laboratorio, pochi stavano in corsia. A fare cosa? A provare la pressione soprattutto, qualcuno si avventurava in qualche prelievo. E poi c'era il «giro». Tanti camici bianchi in fila dietro a un capo, i medici parlavano tra loro, gli studenti ascoltavano e i malati erano lì attenti e spaventati, nessuno di loro aveva il coraggio di fare domande. E si capisce: come fai a parlare di te e dei tuoi problemi con tanta gente attorno? Non è più così. L'università è cambiata (in meglio) ma ancora oggi gli studenti fanno fatica a mettere in pratica quello che sanno. Per questo la decisione del Rettore della Statale di voler rafforzare ed estendere gli accordi con gli ospedali per «aumentare l'attività pratica degli studenti» (Corriere 9 settembre) è una gran bella notizia. Sarà un impegno a tempo pieno - ed è giusto: andare in ospedale ogni tanto non serve a niente - riservato agli studenti dell'ultimo anno. E chissà che tra un po' non si possa incoraggiare i ragazzi a frequentare gli ospedali anche molto prima (e non ditemi che non c'è tempo per studiare, non è così, basta volerlo e organizzarsi). Fra l'altro se uno non sta vicino agli ammalati come lo impara il mestiere? Inoltre i primi anni sono i più belli, c'è entusiasmo, curiosità, abbastanza tempo e tanto desiderio di imparare. E allora farli stare in ospedale da subito è anche un modo per far partecipi gli ammalati della passione di questi ragazzi. Tutto bene allora? Sì, però a una condizione: che negli ospedali che si convenzioneranno con l'università i ragazzi trovino medici che possano dedicare loro del tempo e che sappiano insegnare. Questo il professor Vago lo dovrà pretendere: si tratta di formare sul campo nuove generazioni di medici, è una bella responsabilità e non si può sbagliare. Quando uno degli ospedali della Lombardia ha voluto convenzionarsi con un'università olandese c'è voluto un «audit» e anche più di uno. Vuol dire che quei professori sono venuti da noi per sapere se chi avrebbe insegnato era in grado davvero di farlo e verificare che l'organizzazione dell'attività didattica fosse vicina alle tradizioni di rigore del Nord Europa. Si sono persino premurati di sapere che tipo di attività culturali si potevano offrire ai loro studenti fuori dell'ospedale. L'idea del Rettore è interessante anche per un'altra ragione: i medici dei nostri ospedali hanno in media 53 anni. E in effetti servono anni, tanti, per fare un bravo rianimatore o un neurochirurgo o un cardiologo interventista. C'è un modo solo per non perdere le grandi competenze che abbiamo ancora oggi in Lombardia: aprire gli ospedali a studenti e specializzandi e consentire loro di cimentarsi con la medicina in rapporto alle conoscenze e alle capacità che hanno. Non si diventa bravi medici guardando gli altri, serve che uno possa lavorare in prima persona. Vicino a qualcuno che gli insegna e gli sta vicino, si capisce. Ma se uno non prova, non impara mai. Chi si sta specializzando è un dottore fatto e finito che dovrebbe poter lavorare in ospedale fin dal primo giorno con compiti e responsabilità molto precise, senza le ipocrisie che ogni tanto si vedono ancora oggi: gli specializzandi si impiegano quando fa comodo, le cose che possono fare e le loro responsabilità vanno e vengono secondo le circostanze. Insomma il desiderio di tanti giovani bravi di potersi occupare di ammalati andrebbe assecondato, per loro prima di tutto, ma anche per il futuro dei nostri ospedali.

Giuseppe Remuzzi