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Il coraggio di cambiare

Chapeau alla giunta regionale. Se ne parlava da quindici anni almeno: ci sono in Lombardia troppe cardiochirurgie e troppi centri di cardiologia interventistica - ti infilano un catetere sottile in un'arteria della gamba o del braccio e da lì arrivano fino alle coronarie e se sono un po' malmesse te le riparano - e sono troppe anche le chirurgie vascolari e le neurochirurgie. Nessuno però aveva mai avuto il coraggio di chiuderne qualcuna (quelle che in un anno fanno troppo pochi interventi, per esempio). Perché? Non lo so, non l'ho mai capito, misteri della politica. E tutto questo mentre agli ospedali si chiede di ridurre tutto del 10 per cento, inclusi i pannoloni per gli anziani, sacrificati perfino questi ultimi sull'altare della spending review. Ma adesso si cambia: e c'è da augurarsi che questo sia solo un primo passo per riorganizzare almeno un po' la rete ospedaliera e adeguarla ai bisogni degli ammalati. A partire dal più importante, quello degli anziani. Il titolo di un lavoro pubblicato sul New England Joumal of Medicine di qualche tempo fa: «Gli anziani e i limiti della medicina moderna» la dice lunga; ma da noi per via dei drg - rimborsi a prestazione per cui certe malattie rendono e altre no - si è tagliato proprio sull'assistenza agli anziani. La maggior parte di loro ha tante malattie insieme, a casa non ci si riesce proprio a curarli, serve l'ospedale. Ma le malattie dei vecchi non rendono così, proprio adesso che ce n'è più bisogno, abbiamo meno letti nei reparti di medicina di quanti non ce ne fossero dieci anni fa. La cardiologia interventistica rende; ma questo vuol dire personale, attrezzature costosissime e ci vorrebbe una sala operatoria con medici in grado di convertire un esame poco invasivo in un intervento a cuore aperto se serve; questo qualche volta non c'è, pazienza, il centro si apre lo stesso persino in certi piccoli ospedali. È solo un esempio, ce ne sono tanti altri. Ma non è più possibile avere a pochi chilometri di distanza ospedali grandi e piccoli che fanno più o meno le stesse cose. Si pensava che le regole del mercato bastassero a governare il sistema: non è così. Bisogna che ogni provincia abbia tutto quello che serve ma niente di più, integrando le competenze dei vari ospedali e legandole formalmente a quelle dei medici di famiglia. Esempi ce ne sono, quello che è già stato fatto proprio in Lombardia per le malattie rare potrebbe diventare un modello per tutto il resto. Mettere mano alla rete ospedaliera poi non vuol dire sempre e solo tagliare; certi ospedali vanno potenziati e dovrebbero operare in un'ottica regionale. Si tratta di centri che hanno competenze ormai consolidate, medici che si sono formati quasi sempre all'estero e che una volta tornati hanno fatto scuola, saputo entusiasmare tanti giovani e portato contributi importanti al progresso della medicina. Tutto questo ha un valore inestimabile, è difficilissimo da creare e ci vuole niente a distruggerlo. Non dare a queste persone tutto quello che serve per lavorare e migliorare i risultati delle cure, per i loro ammalati e per tutti gli altri, è un delitto.

di Giuseppe Remuzzi