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La Sfida sui farmaci anticancro

Due numeri soltanto, 2.600 contro 175, si tratta di dollari e questi numeri corrispondono a un mese di trattamento con Glivec per un ammalato di leucemia (quella che i medici chiamano mieloide cronica). Se si usa il Glivec di Novartis sono 2.600 dollari appunto, se si usa quello fatto in India da Cipla, una grande compagnia di generici, solo 175 dollari. Come dar torto alla decisione della Corte suprema dell'India in un caso così? Presa per di più dal tribunale di un Paese emergente (ma con tantissimi poveri) che sa produrre farmaci generici come nessun altro al mondo. Quell'industria consente a tanti ammalati nei Paesi poveri di curarsi con farmaci simili a quelli di marca a un costo ragionevole, se non fosse per l'India rutta questa gente morirebbe. Fra l'altro aprire ai generici fa scendere il prezzo dei farmaci griffati e lo si è visto con l'Aids - da 10.000 dollari a 150 per un anno di trattamento - un po' perché se lo fai, altri cominciano a farlo, un po' perché molte delle compagnie di generici sono affiliate a grandi multinazionali. Ma queste di solito sono contro decisioni come quella dei giudici di New Delhi; secondo Novartis «essere protetti da brevetti è fondamentale per poter continuare a investire in farmaci sempre più nuovi». È davvero così? Non proprio. Si parla tanto di nuovi farmaci antitumorali che ci consentiranno di vincere il cancro. In realtà ce ne sono molto pochi. Glivec è l'eccezione non la regola. Il 23 dicembre 1971 Richard Nixon dice fra l'altro «Sto per firmare una legge che ci consentirà di battere il cancro nel giro di pochi anni, faremo tutto quello che serve e avremo a disposizione tutti i soldi necessari». Sono passati più di 40 anni, ha vinto il cancro. Servirebbe «una cura per la ricerca sul cancro» ha scritto Harnold Varmus su Nature Medicine qualche anno fa. E non ci sono cure per le malattie degenerative del sistema nervoso, e non ci sono nuovi antibiotici (che è pure peggio). L'industria insomma non ha quasi farmaci nuovi. Perché? Un po' perché le cose più facili da scoprire sono già state scoperte, un po' perché più si è protetti per quello che c'è già magari, con piccole modifiche (che non sono vera innovazione, fanno notare i giudici indiani), meno val la pena di rischiare in farmaci davvero nuovi. E l'agenzia europea che registra i farmaci si adegua. Cosa si chiede a un nuovo farmaco per poter essere messo sul mercato? Che abbia qualcosa di più e di meglio di quelli che ci sono già? No. Per l'Europa bastano «qualità, efficacia e sicurezza». Così non c'è ragione per l'industria di innovare, non abbastanza. Salvo che per le malattie rare, per quelle ci sono da un po' di anni incentivi brevettuali e fiscali. E l'industria si è adeguata: il Glivec che ha guarito tanti ammalati e fatto la fortuna di Novartis fu registrato per una malattia rara. Ed è un farmaco così efficace che poi le indicazioni si sono estese ad altri tumori, inclusi alcuni dell'intestino. Gli incentivi a investire in malattie rare hanno prodotto altri farmaci efficaci (e costosissimi). Malattie genetiche per cui una volta i bambini morivano, oggi guariscono con farmaci da infondere una volta ogni 15 giorni o una volta al mese, per sempre. Un anno di trattamento può costare 100 mila euro, anche 300 mila in certi casi. Chi paga? Da noi il servizio sanitario nazionale, ma i soldi sono sempre quelli, nessuno potrà mai dire alle mamme di quei bambini «il farmaco ci sarebbe, ma costa troppo, l'Italia non se lo può permettere», così dobbiamo risparmiare da qualche altra parte. Con i generici per esempio. È nell'interesse di tutti, anche dell'industria, che dopo aver investito moltissimo per un farmaco davvero nuovo, lo vuole vendere. Giusto, ma si può fare solo se tutti rinunciano a qualcosa. E in America Latina, Africa, India, Cina e certe regioni dell'Asia è anche peggio, malattie rare ce ne sono come da noi, ma sistemi sanitari che si possano permettere i farmaci no, e pochi hanno i soldi per comperarli. Novartis, che con l'India a insistere sul brevetto secondo me ha sbagliato, aiuta però gli ammalati di leucemia mieloide cronica nei Paesi poveri dando Glivec a un prezzo molto basso. Dovrebbero farlo tutte le grandi multinazionali, i farmaci davvero efficaci sono pochi e per ciascuna malattia anche gli ammalati sono pochi. Perché non lanciare un grande progetto di ricerca? Si potrebbe chiamare «salviamo giovani vite», se ne avvantaggerebbero tutti.

di Giuseppe Remuzzi