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La via giudiziaria alla salute

La decisione di sperimentare il cosiddetto metodo Stamina è stata presa sull’onda dell’emotività. Fra Iene, Celentano, certi giudici e una parte dell’opinione pubblica il Parlamento non aveva scelta. Imporre a Stamina le regole della scienza che valgono in Italia, in Europa e in tutto il mondo (tranne che in Ucraina e a Santo Domingo) era un modo per proteggere gli ammalati. Ma la questione Stamina, là in Parlamento, non ci sarebbe dovuta arrivare: andava fermata prima. Batava che i medici che sono stati interpellati e i Comitati Etici che hanno acconsentito alla sperimentazione si accorgessero che non c’erano i requisiti per poter sperimentare. Certo, perché per sperimentare una nuova cura serve come minimo un meccanismo d’azione plausibile, dati negli animali che dimostrino che quello che vorremmo fare non è tossico, dati preliminari nell’uomo (e li si deve aver pubblicati) e poi ci vuole anche quello che i medici chiamano consenso informato (insomma gli ammalati devono saper per filo e per segno che cosa stiamo per fare e perché e che evidenze abbiamo che tutto questo possa essere utile e chi l’ha fatto prima di loro e cosa è successo). Il metodo Stamina non aveva e non ha nulla di tutto questo. Ecco perché è stato bocciato dagli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità. Non solo, ma quello che hanno trovato in quei preparati ancor prima che il Ministro si pronunciasse è più che sufficiente per stabilire che iniettare quelle cellule è anche “pericoloso”.

E allora perché i giudici vanno avanti? Non lo so, ma è sbagliato. “Da quando in qua i giudici prescrivono le cure?” “E i medici cosa ci stanno a fare?”.Questo è quello che ci chiedono gli ammalati che adesso sono confusi. I giudici dal canto loro dicono “noi non prescriviamo, ci limitiamo a imporre che si dia corso ad un trattamento prescritto da qualche medico per ammalati quando non ci sono altre possibilità di cura”. Ma medici ce ne sono di tutti i tipi, bravi e meno bravi, e c’è persino chi va contro le regole della scienza. E’ proprio questo che i giudici dovrebbero poter giudicare. E non parliamo più per favore di cure compassionevoli, le cure compassionevoli sono un’altra cosa. Si tratta di procedure già oggetto di sperimentazione sull’animali e sull’uomo che sono già state approvate dalle autorità competenti. Che qualche giudice adesso continui a ordinare il trattamento di Stamina dopo la presa di posizione del Ministro è ancora più sorprendente perché medici che prescrivono adesso non ce ne dovrebbero essere più (nessun medico può prescrivere un farmaco contro le disposizioni delle autorità sanitarie). E se i medici non prescrivono, come possono i giudici ordinare che si faccia una certa cura? Insomma, su questa povera storia fatta di bugie, inganni e sotterfugi dovrebbe calare il silenzio per sempre. L’affaire Stamina ha molto da insegnare a certi medici, ai Comitati Etici e a mio parere anche a certi giudici. Si dovrebbe stare lontani da chi vende false speranze e guardarsi da quelli che fanno di mestiere la cosa peggiore che si possa fare: illudere i malati che guariranno quando non è vero. Più giudizio clinico e meno giudici “clinici” “ titolava il Lancet del 31 gennaio del 1998 a proposito dei giudici che imponevano la cura Di Bella. Sono passati più di quindici anni, non è cambiato nulla. Giuseppe Remuzzi