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Noi scienziati, afflitti da snobismo

Siamo snob, noi scienziati, e siamo tutti uguali. Prima di andare a un congresso si leggono i riassunti dei lavori che verranno presentati, centinaia, migliaia qualche volta. Certo non li si può leggere tutti, se ne legge un po'. E come li si sceglie? «In base all'argomento» direte voi. No, non sempre anzi quasi mai, lo si fa guardando all'autore o al posto da cui provengono; quelli di Boston o delle grandi Università degli Stati Uniti (Harvard, Stanford e Yale per esempio) e quelli di Oxford o di Cambridge, li leggono subito tutti. E gli altri? Peccato, perché scoperte anche importanti possono venire da piccoli centri anche se quegli studi sono poco citati e dopo un po' si finisce per dimenticarli. Non va bene, soprattutto per i giovani: se il loro lavoro non viene riconosciuto non potranno accedere a quei finanziamenti da cui ormai dipende tutto: persone, macchine, reagenti; insomma senza soldi di scienza non se ne fa. Keith Weaver - che ha lavorato in diverse Università importanti degli Stati Uniti, dal Texas al New England - a un certo punto si trasferisce in South Dakota. Da lì un giorno pubblica un lavoro su certi meccanismi di replicazione dei batteri, un'osservazione importante, mai fatta prima. Succede che altri da una delle Università importanti degli Stati Uniti confermino quei dati e li estendano ad altre condizioni; questi ultimi risultati vengono pubblicati molto bene. E dopo un po' di quelli del South Dakota, non si ricorda più nessuno (Weaver questa storia l'ha scritta su Nature in un bellissimo «comment» di qualche giorno fa). E in Italia? Capita che certi nostri scienziati mandino un lavoro a una rivista buona ma non delle più alte; uno dei due revisori capisce il valore di quello studio, l'altro è contro; con buoni argomenti? No, affatto, le critiche sono emotive, basate su pregiudizi e perfino un po' arroganti («snobbery» insomma, come dicono loro). Passa qualche mese e Nature pubblica un lavoro molto simile, c'è forse qualcosina di più rispetto a quello degli italiani ma è davvero molto poco. E allora? Beh quello di Nature è un lavoro della scuola di medicina di Harvard, a Boston fatto da scienziati molto conosciuti. E non fa in tempo ad essere messo on-line che già ne parla il New York Times e poi giornali e televisioni di tutto il mondo come «scoperta che potrebbe cambiare la medicina». È proprio così? Non lo so, vedremo. Intanto gli italiani vanno avanti, se ti lasci prendere dallo sconforto è meglio che cambi mestiere perché cose così ne succedono tutti i giorni. Il tempo sarà galantuomo? No, non in queste cose. Se quello dovesse rivelarsi davvero un lavoro che cambia la storia della medicina sarà sempre una faccenda di Harvard con tutto quello che segue di fondi per la ricerca e possibilità di lavoro per tanti giovani.

Si è molto parlato del lavoro di Cell, quello delle cellule della pelle che tornano embrionali. È stato fatto da ricercatori dell'Oregon «con una tecnica nuova» si legge. Ma quello che hanno fatto nell'Oregon l'avevano già fatto a Cremona Cesare Galli e Giovanna Lazzari, su Celi il loro lavoro non è nemmeno citato. E sì che a Cremona sono stati i primi a clonare grandi animali, il toro Galileo per esempio - che l'allora ministro Bindi voleva mettere sotto sequestro - e poi suini e cavalli (Prometea fu famosa, identica alla mamma salvo una macchia bianca sul muso). Per Keith Weaver quella del South Dakota è una scelta di vita, sua moglie e i suoi figli lì stanno meglio che a Chicago. E in quella piccola Università si può anche fare della buona ricerca, puoi vedere i tuoi studenti anche tutti i giorni (nei grandi campus della costa dell'Est o della California no) e non basta, all'Università del South Dakota incontri altri ricercatori più facilmente che a New York, riesci persino a parlare con gli amministratori e poi c'è meno burocrazia. Eppure gli scienziati sono e continuano a essere snob.

E se provassimo a cambiare? Keith Weaver una ricetta ce l'ha: «Al prossimo congresso fermatevi davanti a un poster che vi sembra interessante, anche se viene da un posto qualsiasi. Ci sarà un ragazzo lì pronto a dirvi tutto del suo lavoro, con dieci minuti del vostro tempo lo farete felice. E se poi dovesse invitarvi a vedere il suo laboratorio, andateci; chissà che da quell'incontro non venga fuori qualche buona idea. Non finirà su Nature ma forse aprirà una strada che altri dopo potrebbero seguire». Pubblicazioni Non sono interessanti solo i lavori pubblicati da riviste specializzate che diventano «famosi» Il dibattito Davanti a una ricerca privilegiamo il nome dell'autore e l'origine, ma spesso da realtà piccole arrivano grandi novità.

di Giuseppe Remuzzi