Italiano English

Quanta paura hanno i dottori

Anche i dottori hanno paura? Certo, la paura non ti lascia mai e non passa con l'esperienza. Paura di sbagliare, di non essere all'altezza, di fare del male. Quando comincia il turno di guardia e ti raccontano dei casi più gravi: «Un uomo di 78 anni, molto conosciuto (ahi, questo complica tutto) con storia di diabete e infarto del cuore, si ricovera per una polmonite, ma è allergico alla maggior parte degli antibiotici, anche i reni funzionano male, confuso; vedi un po' tu». «Da che parte comincio?», ti chiedi e intanto fai fare un elettrocardiogramma. Il ritmo del cuore è buono e le cosiddette onde P sono al loro posto: buon segno. Il malato però respira male e mina poco: «Lo si dovrà dializzare», pensi, ma ha febbre e pressione molto bassa, non è nemmeno detto che si riesca a farla, la dialisi, e ammesso di riuscire le cose potrebbero anche peggiorare: «Perché a far morire quest'ammalato devo essere proprio io?». Una domanda più o meno così se la devono essere fatta anche certi dottori di Houston di fronte a un malato illustrissimo, Michael DeBakey, pioniere della cardiochirurgia. L'aorta, la grossa arteria che riceve il sangue dal cuore, certe volte si dilata e si può persino rompere; quando capita si muore, quasi sempre. Meglio: si moriva, prima che Michael DeBakey insegnasse a tutti i chirurghi del mondo come ripararla. Un giorno DeBakey ha un dolore violentissimo al petto; l'aorta, la sua, si sta lacerando ma non si trova un anestesista disposto ad addormentarlo. Rischio troppo alto, dicono, e si capisce, DeBakey ha 97 anni e nessuno ha voglia di passare alla storia per quello che lo ha fatto morire in sala operatoria. E non basta, pare che DeBakey avesse firmato un foglio: «Niente rianimazione se vado in coma». I dottori dell'ospedale che ha fatto la storia della cardiochirurgia sono paralizzati dalla paura. Intanto DeBakey si aggrava; George Noon, uno che con DeBakey ha lavorato per più di trent'anni, sa che non c'è alternativa: o si opera 0 DeBakey muore, ma ha paura (la solita di quando devi operare un malato così grave e non solo «perché DeBakey devo farlo morire proprio io?»). L'anestesista alla fine si trova. DeBakey dopo la chirurgia finisce in rianimazione: una macchina che respira per lui, un foro nello stomaco per alimentarlo, e serve la dialisi; si va avanti così per settimane finché DeBakey, tra lo stupore di tutti, torna in sé. «Sono felice che l'abbiano fatto», ha detto ai giornalisti del «New York Times» a proposito dei chirurghi che hanno vinto la paura e hanno deciso di operarlo. Un'altra fonte di angoscia è quella di dover parlare con chi ha poche speranze di guarire o nessuna. Dire la verità? Certo, lo si deve fare, ma come? Certe volte non trovi le parole e parli d'altro. Bisognerebbe dirla la verità, sempre, e lo si dovrebbe fare «senza togliere la speranza». Ma non è così semplice. Dire tutto, dire un po' o dire niente? C'è chi la verità non la vuole, c'è chi vuole sentirsi dire che guarirà anche quando le cose vanno male. E poi ci sono i parenti. È giusto farsi condizionare da loro? Chi lo sa. Così non sempre fai quello che «si dovrebbe», il più delle volte fai quello che puoi e comunque hai paura. E poi ci sono i bambini. Come ci si comporta con loro? Regole non ce ne sono. Una volta con i bambini malati si parlava di tutto meno che della malattia e mai, assolutamente mai, della morte e del morire, nemmeno con i bambini ammalati di tumore, nemmeno nelle fasi più avanzate della malattia. È stato così per decenni e i bambini se ne sono accorti. Perché i bambini malati di tumore non parlano? Forse perché sanno che fare domande ai dottori non serve e così stanno in silenzio. È un silenzio che fa paura. Oggi con i bambini si parla e loro si confidano, raccontano delle loro paure e dell'angoscia di dover morire. Finalmente possono chiedere se morire fa male, cioè se in quel momento lì si soffre. E non gli puoi dire la prima cosa che ti viene in mente, vogliono la verità. I bambini, anche quelli molto piccoli, capiscono quanto succede intorno e sanno della loro malattia molto più di quanto noi non immaginiamo. E allora perché dovrebbero tenersi tutto dentro? Non è giusto, ma quando gli devi parlare hai paura. Certe volte sono più brave le mamme. «Perché non posso uscire a giocare con gli altri bambini?», chiede una sera un bambino di 4 anni con la leucemia acuta alla mamma, e lei: «Sei malato, lo sai, e adesso le cure non funzionano più, dovrai morire un giorno»; e il bimbo: «Ma che cosa succede quando si muore?». «Si va in paradiso - risponde la mamma - e lì sì che puoi riprendere a giocare. Con gli angeli». «Si può pescare?». «Certo Andrea, ci sono tanti laghi pieni di pesci». E il bambino: «E la neve c'è?». «Sì, Andrea». «È quello che volevo sapere, buonanotte». Circola un'altra paura fra i dottori degli ospedali: che tutto quello che vedi possa succedere ai tuoi cari. «Ci sono delle volte che vado via sfatto da questo posto; cerco di non pensarci, non ne parlo a casa, ma ogni sabato sera che sono di turno, ogni 118 che esce, penso sempre che sia mio figlio che viene qua». I dottori delle rianimazioni hanno paura soprattutto di notte, quando si è troppo stanchi, quando c'è troppo silenzio e hai paura di decidere. «Vorrei tornare studente, con qualcuno che decide per me». In certi casi è più facile non decidere. E allora capita che ottantenni con il diabete, l'infarto, già diversi by-pass al cuore, in dialisi, un tumore all'intestino siano tenuti in vita con il respiratore artificiale. Che prospettiva può avere un ammalato così? Nessuna, e allora perché si va avanti? Mah... Peri parenti forse. E intanto capita che non ci sia posto per un ragazzo con la meningite o una puerpera. «Trovo molto ipocrita che nella nostra società non si possa più morire dignitosamente. Viene uno con trecento malattie, perché deve morire in rianimazione dopo mesi di ventilazione meccanica? Non è umano. Siamo mortali e dovremmo poterlo accettare». È vero, quando le cose vanno male dovremmo essere più espliciti con gli ammalati e con i parenti, ma certe volte hai paura, non trovi le parole: «Certo, ho sbagliato ma non ho avuto il coraggio di dire a una giovane mamma che il suo cuore ormai non ce la faceva più e che di lì a poco sarebbe morta e che il trapianto a lei, senza permesso di soggiorno, non lo avrebbero fatto mai», scrive Danielle Ofri nel libro What Doctors Feel, che cosa provano i dottori, dentro. Di Giuseppe Remuzzi