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Sanità, ritorno al futuro

“Back to the future”, insomma ritorno al futuro, almeno per la sanità in Lombardia.

E cosa succederà a Bergamo? Dipende dalle scelte della giunta regionale. Il presidente Maroni dice che bisogna ridurre i costi e riorganizzare le strutture esistenti (Corriere della Sera, 2 marzo 2013). E’ giusto, è proprio quello che si dovrebbe fare e lo si sarebbe dovuto fare da tempo. Non serve un’altra riforma, basta far riferimento alla legge 31 – quella dell’assessore Borsani – che affidava alle ASL il compito di stabilire cosa serve davvero ai cittadini di una determinata provincia, decidere cosa fare negli Ospedali e cosa nelle strutture private, eliminare programmi ridondanti e vigilare all’appropriatezza degli interventi e sull’impiego delle risorse. Questa legge però non è mai stata applicata.

Perché non farlo adesso a partire proprio da Bergamo? Il nuovo Ospedale è forse il più grande della Lombardia e certo oggi il meglio attrezzato. Ma questa non è la cosa più importante. Quello che conta è che abbiamo in questo Ospedale grandi competenze in molti campi della medicina, che non è facile trovare tutti insieme in uno stesso ospedale, certamente in Italia, ma anche in Europa. E non basta: nella nostra provincia, a pochi chilometri di distanza, ci sono più ospedali pubblici e strutture private che da qualunque altra parte. Ma fanno tutti più o meno le stesse cose senza che ci sia, né ci sia mai stata, nessuna programmazione e nessun tentativo di farli lavorare insieme.

E’ venuto il momento di cambiare. Si potrebbe lanciare un grande progetto di salute in provincia di Bergamo capace di mettere in rete strutture pubbliche e private del territorio, stabilire una volta per tutte chi fa cosa, e come, e perché. E coinvolgere formalmente i medici di famiglia. Si ridurrebbero esami e interventi inutili e si risparmierebbe moltissimo. Un progetto così andrebbe coordinato dall’ASL , proprio come avrebbe voluto Borsani, e andrebbe vincolato alle regole dell’evidenza scientifica (vuol dire fare quello che serve agli ammalati e soltanto quello, evitando quello per cui non c’è evidenza di efficacia e quello che non serve). Lo si dovrebbe centrare sui medici di famiglia, sono loro che hanno in mano la nostra salute e devono tornare a essere i protagonisti della medicina, con un rapporto di collaborazione molto stretto con i dottori dell’Ospedale, prima che un ammalato venga ricoverato e soprattutto dopo. Asl e medici di famiglia devono poi affrontare due problemi: quello di prevenire le malattie (per questo si fa davvero troppo poco e anche da noi), e l’attenzione agli anziani, soprattutto a quelli che vivono soli.

Perché tutto questo possa succedere davvero però non bastano leggi o decreti, servono formazione e ricerca così da creare attraverso cultura e conoscenze condivise le basi per poter dialogare con gli altri Ospedali, e con i medici di famiglia. Proviamoci, se un progetto così dovesse funzionare davvero poi lo si potrebbe estendere ad altre province e un giorno, forse, (perché no?) anche a Milano. di Giuseppe Remuzzi