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Trapianti si può fare di più

Si è detto in più occasioni «bene l'Italia, finalmente ai primi posti in Europa per la donazione degli organi». Ma per quanto si sia fatto negli ultimi anni con 21,6 donatori per milioni di abitanti il nostro Paese resta lontanissimo dalla Spagna, che è al primo posto da 15 anni ormai con 35,3 donatori per milioni di abitanti (in Francia sono 23,8 ma ci sono Paesi come Bulgaria e Romania con 2,7 e 3,3 donatori per milioni di abitanti). Cosa potrebbe succedere se tutti i Paesi dell'Europa facessero quello che ha fatto la Spagna? Secondo i calcoli del ministro della Salute Ana Mato Adrover ogni anno si salverebbero 20.000 vite. E c'è il problema del consenso alla donazione. L'Italia col 20 per cento di «no» è nella media europea, ma al Sud, in certe Regioni i no sono 6 su 10. Ma di no al prelievo degli organi - dopo la morte - non ce ne dovrebbero essere perché per un solo donatore in meno un malato di cuore muore, un adulto e un bambino perdono per sempre la possibilità di tornare a una vita normale col trapianto di fegato e due malati di rene restano in dialisi. Ma c'è un altro problema: l'organizzazione. In Spagna è basata sull'avere formato coordinatori dei trapianti che segnalano tutti i potenziali donatori e su un sistema integrato a tre livelli: nazionale, regionale e per ospedale. Molti, che potrebbero essere donatori, non si perdono per il no dei familiari ma perché nessuno negli ospedali se ne occupa o, se lo fa, non lo fa come si dovrebbe. A Bergamo i «no» l'anno scorso sono stati 4, ma dovremmo lavorare tutti insieme perché d'ora in poi di no non ce ne siano proprio. Cosa si può fare? Lavorare con i medici delle rianimazioni, soprattutto i più giovani, e poi con i medici del pronto soccorso e i neurologi e i neurochirurghi. Presto ci sarà una direttiva europea, si ispirerà al modello spagnolo a cui sarebbe importante che si adeguassero tutti i Paesi. Rafael Matesanz dice che è più facile realizzare il modello spagnolo in Sudamerica che in Europa. Perché? In Sudamerica hanno creato un modello unico. In Germania, in Francia, in Inghilterra, in Italia ciascuno ha il suo modello e nessuno vuol cambiare. Peccato, perché noi la riprova che il modello spagnolo se lo si segue funziona ce l'abbiamo. Da quando la Toscana ha deciso di affidarsi a Matesanz, perché insegnasse a infermieri e medici e chi governa la sanità come si organizza una attività di trapianto di prim'ordine, là i donatori sono tanti quanti ce ne sono in Spagna (40 per milione di abitanti, quest'anno) e la Toscana oggi fa scuola a regioni tradizionalmente all'avanguardia come Lombardia, Veneto e Piemonte. E poi forse non è nemmeno questione di modelli, ma di trovare le persone giuste. Il «miracolo» spagnolo, a me pare, non sta nel modello, sta in una persona eccezionale, Matesanz, che ha dedicato la sua vita alla causa del trapianto. Ha coinvolto medici e infermieri, rianimatori, direttori di ospedali, politici e perfino radio e televisioni e giornali che hanno deciso di abbracciare questa causa e lavorare tutti nella stessa direzione.

di Giuseppe Remuzzi

[14/06/2013]