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Un modello di Sanità

Era il 2007 quando Carlo Borsani invitava ad aprire un dibattito sulla «sua» legge quella che affidava alle Asl il compito di stabilire cosa serve davvero ai cittadini, cosa fare negli ospedali e cosa nelle strutture private, e vigilare su appropriatezza degli interventi e impiego delle risorse. «Purtroppo, scriveva Borsani (Corriere 23 settembre) quella legge non è mai stata applicata». Adesso l'assessore alla sanità della Regione, Mario Mantovani, vorrebbe «riordinare la rete ospedaliera, ampliare le fasce orarie e ridurre le liste d'attesa» e lo vorrebbe fare nei suoi primi cento giorni.È giusto, è proprio quello che si dovrebbe fare; non c'è bisogno di riforme basta far riferimento alla legge 31, quella di Borsani appunto. Si potrebbe pensare a un grande progetto che coinvolga strutture pubbliche e private di una determinata provincia per stabilire chi fa cosa e come e perché, e integrare le competenze. Non dovrebbero più esserci insomma a distanza di pochi chilometri ospedali - pubblici o privati - che fanno più o meno le stesse cose. Qualcuno di quegli ospedali andrà potenziato (la logica della spending review «tagliamo un pò a tutti» non va bene per la salute), altri riconvertiti per occuparsi soprattutto di anziani e giovani in difficoltà; e gli ospedali che non servono andrebbero chiusi.

Sarebbe il primo segno di discontinuità per la nuova giunta nella direzione giusta. In un progetto così andrebbero certamente coinvolti i medici di famiglia, è a loro che affidiamo la nostra salute, ancor prima che si debba ricorrere all'ospedale. E si dovrebbero seguire le regole dell'evidenza scientifica: vuol dire fare quello che serve agli ammalati e soltanto quello, i farmaci nuovi per esempio - che possono essere costosissimi andrebbero prescritti solo quando si è sicuri che sono meglio di quelli che ci sono già - e fra due farmaci uguali si dovrebbe scegliere quello che costa di meno. Vietato strafare insomma, e vale anche per la chirurgia: chi ha più di 80 anni qualche volta trae vantaggio da un intervento al cuore o dal sostituire l'anca, ma certe volte no. Quando è così bisogna spiegare agli ammalati che è meglio qualche piccolo disagio che una chirurgia inutile, che può essere pericolosa. Così si spenderà molto meno e ci si guadagna in salute. «Ma si perderanno posti di lavoro» dirà qualcuno. No, se si riconverte con giudizio; e poi ci sarebbero servizi in più per gli anziani e per i ragazzi in difficoltà». «E per chi lavora negli ospedali che chiudono cosa si fa?». Se quei medici e quegli infermieri si dedicassero alla prevenzione delle malattie non si perderebbe nemmeno un posto con grandi ritorni di salute e di bilancio. Ma chi lo coordina un progetto così? La Regione potrebbe dare gli indirizzi di massima, pochi, chiari e coerenti; il resto lo si può affidare alle Asl. Certo, servono persone lungimiranti che sappiano elaborare un progetto di rete ospedaliera provinciale e coinvolgere tutti gli interessati. Ce ne sono nelle nostre Asl di direttori così? Qualcuno sì, gli altri li si potrebbe cercare, e dato che a fine anno scade il contratto di tutti non dovrebbe nemmeno essere tanto difficile. Insomma nei primi cento giorni dell'assessore Mantovani le condizioni per cambiare quello che non va ci sono tutte. Proviamoci, se dovesse funzionare in Lombardia poi lo si potrebbe fare in Italia. di Giuseppe Remuzzi