Nonostante i progressi nella gestione dei pazienti ischemici (diagnosi precoce,
trombolisi, creazione di
stroke unit e riabilitazione), l'ictus continua ad avere una prognosi
estremamente sfavorevole. Ad oggi esso
costituisce la terza causa di morte e la prima causa di disabilità grave nei
paesi industrializzati. Inoltre,
l'incidenza di questa patologia, a causa del progressivo invecchiamento della
popolazione, e' in continuo aumento e
costituisce un problema rilevante anche a livello socio-economico: nella sola
Unione Europea infatti è stato stimato
che i costi sanitari per la cura dei pazienti affetti da ictus sono dell'ordine
dei 40 milioni di euro l'anno. A
tutt'oggi l'unica terapia disponibile per l'ischemia cerebrale e' l'attivatore
tessutale del plasminogeno (tPA).
Purtroppo però solo il 7% dei pazienti puo' essere sottoposto a questo
trattamento in quanto il farmaco può avere
gravi effetti collaterali. La ricerca è quindi fortemente impegnata nello studio
di nuovi target terapeutici per il
trattamento di questa patologia. In un recente
studio pubblicato sulla rivista Cell,
gli
autori hanno scoperto una proteina chiamata death-associated protein kinase 1
(DAPK1), che sembra aver un ruolo
determinante nell'attivazione dei meccanismi che portano a morte cellulare dopo
ictus. Inoltre, per esaminare le
implicazioni terapeutiche di questa scoperta, gli autori hanno dimostrato che la
somministrazione di un piccolo
peptide capace di inibire il legame di DAPK1 con un importante recettore,
chiamato NMDA (N-methyl-D-aspartate),
riduce drasticamente il danno indotto da ischemia in modelli animali. La
somministrazione del peptide funziona nel
prevenire il danno indotto da ischemia e nel migliorare le funzioni neurologiche
anche quando somministrato un'ora
dopo ischemia, suggerendo che questa proteina potrebbe essere un nuovo
potenziale target per il trattamento
dell'ischemia cerebrale.
Anche l'istituto Mario Negri è attivamente impegnato nella ricerca sull'ictus,
come dimostrato da un recente
articolo pubblicato su Annals of
Neurology, in cui abbiamo mostrato che l'inibitore C1
ricombinante, una proteina copiata da una analoga presente nel plasma umano,
riduce fortemente il danno cerebrale
causato da ictus e mantiene la sua efficacia anche se somministrato molte ore
dopo l'evento ischemico. L'importanza
di questa scoperta è ulteriormente amplificata dal fatto che l'inibitore C1 e'
già utilizzato nella pratica clinica,
anche se in pazienti con una patologia diversa (angioedema). L'applicazione
clinica di questa molecola nell'ictus
appare quindi un obiettivo concreto e realizzabile in tempi ragionevoli.
Visti questi recenti progressi scientifici, siamo speranzosi di ottenere efficaci
trattamenti per l'ictus nel giro
di pochi anni.
Dott.ssa
Raffaella Gesuete
Ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze
Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri