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Se le riviste dettano la scienza


15 Giugno 2011

"Non ho più lacrime, dopo tutto quello che abbiamo fatto, a che serve tutto? A niente. E dove va la scienza?  Il mio futuro dipende da questo lavoro,  mi sento già senza forze... non voglio leggere, sarà domani".  Chi scrive è Carlos un giovane medico argentino, la lettera che lui non ha il coraggio di leggere è quella dell’Editor (da noi si dice direttore) di un grande giornale di medicina. Per capire bisogna conoscere le regole della scienza e quelle che governano le pubblicazioni scientifiche da cui però dipende tutto: carriera, soldi per poter lavorare, successo e molto d'altro. Vediamo: finiti gli esperimenti si prepara un rapporto di quanto è stato fatto e si comincia a pensare al giornale   che potrebbe essere interessato a pubblicare i tuoi dati. Ma i giornali non sono tutti uguali.  Dei giornali di medicina il Lancet pubblica il 6 percento dei lavori che riceve, il New England Journal of Medicine poco più del 4 percento. Ma come fanno i direttori dei giornali a decidere cosa accettare e cosa no? Per grandi giornali - Nature e Science per esempio e poi per la biologia e la medicina Cell, PNAS, JAMA - la prima decisione la fa il comitato editoriale. La metà dei lavori sottomessi non supera nemmeno questo primo vaglio. Quelli che resistono vengono mandati a esperti del settore, li chiamano "referee" proprio come gli arbitri del calcio. Sono loro che suggeriscono cosa si può pubblicare e cosa no. La chiamano revisione tra pari, chi oggi giudica domani è giudicato. E più si restringe il campo meno esperti ci sono che possano giudicare con cognizione di causa, in certi casi tutto si riduce a una decina di persone che rivedono l’uno il lavoro dell'altro. Più che tra pari è una revisione fra persone in competizione fra loro, protetti da un rigoroso anonimato. E’ un sistema  molto criticato ma siccome nessuno ha saputo inventare niente di meglio si va avanti così.  Adesso però le cose potrebbero cambiare. Hidde Ploegh, un grande immunologo olandese che lavora al MIT a Boston, ha avuto il coraggio di scrivere su Nature quello che tutti pensano. Ploegh non ha dubbi, "invece di entrare nel merito di quello che hanno davanti i referee chiedono nuovi esperimenti che non servono quasi mai a cambiare la sostanza del lavoro". Per i giovani è un disastro: i nuovi esperimenti possono richiedere un anno di lavoro, e anche di più, chi deve arrivare alla tesi di dottorato aspetta, chi è vicino a trovare un lavoro lo perde e ne va di mezzo anche la carriera dei professori.

"Così non va, scrive Ploegh, dobbiamo istruire i referee a criticare quello che hanno di fronte e dare suggerimenti per migliorare, ma non a chiedere agli autori di fare un secondo lavoro". C'è persino il rischio che ci sia qualcosa di perverso in questi comportamenti, anche i referee sono autori e anche a loro succede di incontrare qualcuno che gli chiede un sacco di lavoro  in più per niente. E allora perchè continuano a farlo? Mah forse perché "così fan tutti" o per togliersi la soddisfazione di infliggere agli altri quello che hanno patito loro. Così però si uccide la scienza e si fa un pessimo servizio agli ammalati. E gli Editors dei giornali dove sono? Se c'è differenza di opinioni invece di prendere loro una posizione mandano il lavoro ad altri referee, si arriva a quattro o cinque dice Ploegh (anche  sei o sette dico io, ma come si fa a mettere d'accordo sei persone?). E gli autori dei lavori?  La parola d'ordine è compiacere i referee, sempre e comunque. Sono soldi sprecati e tempo perso, ma guai a dirlo. La settimana dopo Nature risponde con grande fair play "Abbiamo tutti una lezione da imparare dalle accuse di Ploegh".
A Carlos, il ragazzo dell'inizio di questa storia sembrava essere andato tutto bene: tre referee di un grande giornale, tutti e tre favorevoli. Uno però vuole introdurre certe sofisticazioni statistiche, eleganti ma di poco interesse pratico. Sono sei mesi di lavoro senza che le conclusioni dello studio cambino di una virgola, ma il manoscritto è più elegante adesso.

Carlos è raggiante. Ma ha fatto i conti senza l'oste (o meglio senza l'Editor). Che si è molto compiaciuto del lavoro fatto, ma poi ha sentito altri referee, diversi da quelli di prima. La lettera che Carlos non voleva  leggere subito dice: "Questo lavoro è bello, e anche importante per gli ammalati ma la statistica è troppo complicata, non lo possiamo proprio pubblicare, sorry".

Giuseppe Remuzzi
Coordinatore ricerche Laboratori Negri di Bergamo e Centro Daccò, Ranica.

 

 
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Ultimo aggiornamento: 17 maggio 2012 7.16.12 CEST