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Ricerca scientifica e paradossi italiani
Corriere della sera
13/10/2011
Della morte di Cavour e del racconto che ne hanno fatto il Lancet, il British Medical Journal e il New England Journal of Medicine s’è già scritto (Cavour vittima di malasanità). E del declino della scienza e della medicina nell’Italia della prima metà dell’ottocento.
Mentre in Francia, Bichat e Laennec, in Germania Muller e Virchow andavano avanti sulla via tracciata da Morgagni, in Italia il pensiero medico sprofondava nelle sabbie mobili di un dottrinismo sterile” così Antonio Cazzaniga in “La grande crisi della medicina italiana” dell’inizio del diciannovesimo secolo. Lo stetoscopio di Laennec fu il simbolo di una medicina che passava dai pregiudizi all’evidenza: osservazione, esame fisico, valutazione dei tessuti al microscopio. Tutti in Europa abbracciarono queste novità. In Italia no, i dottori erano rimasti ciarlatani e la gente se ne rendeva conto. I “Congressi degli Scienziati Italiani” avrebbero dovuto essere occasione per discutere di cose mediche e aprirsi alle idee che ormai avevano preso piede all’estero. Il primo di questi congressi, quello del 1839 lo fecero a Pisa e il Papa Gregorio XVI spaventato all’idea che questo diventasse un congresso di liberali e sovversivi impedì a Carlo Matteucci di prendervi parte. Le conseguenze di quel brutto periodo si sono fatte sentire e forse ne risentiamo anche oggi. Dal 1930 al 1960 in medicina è successo di tutto. La scoperta del primo sulfamidico è del ‘32, il pentothal fu usato per la prima volta in anestesia nel ’34 e questa scoperta ha coinciso con l’esplosione della chirurgia, la scoperta della struttura del DNA è del ’53, i primi vaccini sono comparsi dal ’54, il primo tentativo di dialisi del ’56, i primi interventi a cuore aperto del ‘60. Qual è stato il contributo degli italiani? Quasi nessuno con una importante eccezione, la scoperta del primo farmaco anticancro nel 1960. Poi più nulla. Sempre, prima delle elezioni, si sente dire che ci saranno più soldi per la ricerca, che si riformeranno le Università, che i ricercatori migliori e i medici migliori potranno avere una carriera accademica anche da noi. Tutte promesse che svaniscono qualche settimana dopo, c’è sempre qualcosa di più urgente. Negli ultimi quindici anni abbiamo avuto governi di destra e di sinistra ma di qua e di là c’è chi è contro la scienza per principio. Lo si è visto con le leggi più recenti. Quella che regola la fecondazione assistita è in contrasto con le regole della medicina e col buonsenso. Non si possono produrre più di tre embrioni per volta e li si devono trasferire tutti e tre nell’utero della madre ed è vietata qualsiasi forma di selezione degli embrioni. Ma se uno dei genitori è portatore di anomalie genetiche, si vorrebbe evitare di trasmetterle ai figli. Da noi non si può. Gli embrioni che vengono dalla fecondazione in vitro, vanno messi tutti nell’utero, così come sono. Se mai si abortirà dopo. Così dal momento che questi limiti non ci sono in Francia, Regno Unito, Spagna e Grecia, gli italiani vanno all’estero.
Lo stesso per la ricerca con le cellule staminali embrionali. Le possiamo usare (e le si prendono all’estero) ma non le possiamo produrre nemmeno da embrioni che se no si butterebbero via. Intanto chi è contro continua a sostenere che di cellule embrionali, non ce n’è bisogno, si può far tutto con le cellule adulte. Ma questo non è vero. Anche le disposizioni di fine vita e i diritti dell’individuo sono da noi materia di scontro politico. Entrare nel merito di questioni così delicate importa poco. L’importante è compiacere gli elettori, se questo va contro le regole della medicina che sono le stesse in qualunque parte del mondo, pazienza.
Giuseppe Remuzzi
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