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Così la cultura modifica i geni
Corriere della Sera
16/03/2010
E’ passato tanto tempo, almeno venti milioni di anni, forse di più. Certe scimmie
cercavano un clima più fresco e più secco e così hanno lasciato le foreste e sono andate a vivere
nella savana. Lì quelle più portate per via di certi geni a reggersi sugli arti
inferiori avevano più possibilità di procurarsi il cibo e di avvistare i
predatori, avevano - come si dice - un vantaggio selettivo. Anche per questo oggi noi
camminiamo su due gambe.
Che l’evoluzione dipenda da geni che si sono via via modificati per adattarsi all’a
mbiente e che questo abbia dato ai nostri antenati vantaggi nel corso dell’evoluzione ormai lo
sanno tutti. Ma gli studiosi adesso cominciano a pensare che il genoma dei nostri antenati si
sarebbe potuto modificare anche sotto la spinta della loro cultura. E continua a succedere, e le
modificazioni dei geni in rapporto a eventi culturali sono più efficaci e più rapide di quelle
dovute a stimoli esterni. E' un po' come se - nel corso di migliaia di anni - gli ominidi
prima e l’uomo poi avessero contribuito loro stessi, con le loro attività, a fare del nostro
genoma quello che è oggi. Per la gente cultura è soprattutto architettura, arte, letteratura,
musica, teatro. Ma gli antropologi hanno una visione più ampia della cultura: valori,
credenze, comportamenti, tradizioni e tanto altro. Scegliere che cosa mangiare o con chi
accoppiarsi è un processo culturale. Lo fanno uccelli, pesci, cavalli, scimmie e certo anche
l’uomo. Che a un certo punto ha deciso che bere il latte fosse una buona cosa e si è organizzato
per produrlo. E’ da allora che ha cominciato a diffondersi un gene che rende l'uomo capace di
tollerare il lattosio ( lo zucchero del latte, per scinderlo serve un enzima la lattasi, chi ce l’h
a può bere latte senza star male e ha un vantaggio nell’evoluzione). Così il genoma comincia
a modificarsi non più solo in rapporto all’ambiente ma anche in seguito alle attività dell’uomo.
Nelle popolazioni ancestrali i cambi di temperatura selezionavano chi sapeva resistere al
freddo o al caldo ma con la cultura è arrivato il fuoco, e l'uomo ha imparato a ripararsi dal caldo
eccessivo nelle caverne. Il genoma non si modificava più in rapporto a grandi eventi di clima o
molto meno. E l’influenza della temperatura sui nostri geni è sparita con i vestiti, le case, le
stufe.
A parlare per primo di interazione fra geni e cultura è stato Luca Cavalli Sforza
trenta anni fa, pensava che le idee mutano, migrano e si selezionano seguendo anche
loro le leggi dell’evoluzione. Lui e Marcus Feldman avevano
forti presupposti teorici per credere che fosse così e ne scrivevano quando
ancora del DNA e soprattutto della funzione dei suoi geni si sapeva poco. Oggi che s’è
decifrato il DNA e almeno entro certi limiti sappiamo da quali geni dipendono quali
funzioni, possiamo sottoporre quelle teorie a verifiche empiriche.
Proprio in questi giorni Kevin Laland, John Odling-Smee e Sean Myles delle Università di
Oxford, New York e Wolfville in Canada, hanno pubblicato su Nature Reviews Genetics
tutte le evidenze disponibili dell’interazione fra geni e cultura. Hanno
trovato centinaia di geni che negli ultimi 50.000 anni si sono quasi certamente selezionati in base
a cultura e conoscenze. “Ci sembra persino difficile – hanno scritto – che in quel periodo lì ci
siano state modificazioni nel genoma dell’uomo indipendenti dalla cultura”. I primi uomini
dopo essere partiti dall’Africa dell’est per colonizzare la terra, sono diventati agricoltori
e hanno imparato ad addomesticare gli animali. Serviva che i geni dell’immunità evolvessero con le
attività dell’uomo anche solo per difenderlo dai microbi che buoi, cavalli e pecore portavano
dappertutto. Ed è proprio quello che è successo, scrivono i ricercatori di Oxford e New
York. C’era un gene - MYH16 - che dava agli uomini della preistoria muscoli della
mandibola molto sviluppati e molto forti. Poi l’uomo ha imparato a cuocere i cibi. Da allora
masticare è più facile e quel gene là non serviva più e se n’è andato. Chissà che non sia per
questa ragione che la mandibola dell’uomo moderno si riduce sempre di più tanto
che i denti del giudizio restano intrappolati nell’osso
(e forse un giorno spariranno).
Resta una domanda: come possiamo capire quali sono le modifiche dei nostri geni dovute
alla cultura e distinguerle da quelle che dipendono da fattori diversi? Qui con la
medicina molecolare da sola non ci arriviamo. Servono modelli matematici e sistemi statistici
capaci di integrare informazioni che vengono da archeologia, antropologia e genetica di
popolazioni. Le intuizioni di Luca Cavalli Sforza potranno contare su tanti nuovi dati
sperimentali che condizioneranno ambiti apparentemente lontani: filosofia e morale
soprattutto.
Giuseppe Remuzzi
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