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Basta coi cervelli in fuga: pensiamo a chi resta
Il Sole 24 Ore
12/6/2003
In questo periodo è ritornato di moda parlare della fuga dei cervelli nell'ambito della ricerca
prendendo lo spunto dalla partenza per gli USA del Prof. Ignazio Marino e dall'appello del
Presidente Ciampi per una maggiore attenzione ai problemi della ricerca scientifica nel nostro
Paese. Ben vengano queste discussioni se possono aiutare a migliorare le condizioni della ricerca.
Tuttavia sarebbe bene non enfatizzare troppo il problema della fuga dei cervelli per non
instaurare un conformismo fine a se stesso e parlare invece delle difficoltà e dei problemi di
coloro che sono rimasti a lavorare in un Paese dove la ricerca è ancora considerata dai governi
passati e presenti un lusso superfluo anziché un'utile necessità.
Rinunciando a partire per lidi più facili e più gratificanti, coloro che hanno scelto di
lavorare in Italia hanno manifestato e continuano a manifestare una buona dose di fiducia e di
ottimismo. Credono infatti che dovrà giungere un momento in cui il Paese, ed i suoi governanti,
dovranno pur cambiare rotta e prendere finalmente in seria considerazione il fatto che senza
ricerca non solo manca l'innovazione, ma si va verso il sottosviluppo.
Cercano di mantenere viva la ricerca sperimentale fra molte difficoltà non solo economiche,
ma anche burocratiche; si danno da fare per raccogliere risorse, per mettere a disposizione borse
di studio 'magre' che tuttavia permettono di reclutare dei giovani e di sostenere l'idealismo di
chi si dedica al lavoro di saperne di più.
Un buon gruppo di coloro che sono rimasti hanno formato gruppi di ricercatori specializzati,
hanno realizzato nuove istituzioni contribuendo a creare centri di buona ricerca; hanno permesso al
nostro Paese di mantenere rapporti con le maggiori istituzioni internazionali; hanno dato la
possibilità di non perdere il contatto con i maggiori progressi della ricerca di base. In alcuni
settori chi è rimasto ha potuto contribuire alle nuove conoscenze spesso in competizione con gruppi
internazionali, molto meglio sostenuti moralmente ed economicamente dai loro governi.
Ecco il vero problema: non si tratta di piangere sulle partenze, esse sono la conseguenza e
non la causa della situazione di inferiorità quantitativa della ricerca italiana. La terapia non
può perciò essere rappresentata dal favorire il ritorno dei cervelli emigrati ad ogni costo. Si
rischia che rientrino prevalentemente quei ricercatori che sono vicini alla pensione, che non
abbiano avuto grande successo, che abbiano terminato il loro ciclo positivo oppure c'è la
possibilità che si paghino profumatamente ricercatori che vengono ad insegnare nei corsi
universitari italiani, ma che mantengono le loro attività di ricerca all'estero.
Si devono invece rafforzare le istituzioni che hanno dato buona prova, che hanno saputo
trovare nuove risorse, che hanno una buona gestione, che hanno dato possibilità di carriera ai
giovani e che soprattutto hanno un buon record di pubblicazioni scientifiche, l'unico vero prodotto
qualificante della ricerca (almeno a livello individuale o istituzionale, se non di sistema) da cui
dipende anche l'applicazione innovativa.
Cambiare il contesto in cui si opera richiede primariamente uno sforzo economico senza
precedenti accompagnato tuttavia da regole di distribuzione, di controllo e di valutazione che
devono impegnare non solo le agenzie di finanziamento, ma tutta la comunità scientifica, oggi
ancora troppo legata alle lobby, alle scuole, ai favoritismi. Non si tratta di inventare nulla, si
tratta solo di copiare con umiltà e senza troppi velleitari balzi in avanti, ciò che hanno già
fatto altri Paesi più evoluti di noi nell'amministrazione della ricerca.
Seguendo queste linee che tendono a valorizzare ciò che già esiste nel nostro Paese, non
parleremo più di fuga di cervelli perché i ricercatori potranno andare e ritornare per operare
nelle condizioni più adatte ad ottenere il massimo risultato possibile in un determinato momento
della evoluzione delle loro ricerche e della loro carriera.
Il vero momento in cui potremo dire di essere ritornati a pieno titolo nella comunità
scientifica avanzata di tutto il mondo, sarà quello in cui non gioiremo non solo per il ritorno
degli italiani ma saremo felici di ospitare gli americani, gli inglesi, gli svedesi e così via.
Questo è l'obiettivo che ci dobbiamo porre: il cammino è lungo, ma non impossibile purché chi ci
governa imbocchi la strada giusta.
Silvio Garattini
Milano, 7 gennaio 2003
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