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Biotecnologie: progresso o pericolo
Tratto dal simposio tenuto al Teatro Comunale F. Torti di Bevagna (26/10/2003) - Pubblicato su Technology Review, edizione italiana
7/10/2003
Vittorino Andreoli, psichiatra e scrittore
Voglio iniziare dicendo che sono molto contento di questa occasione, che si inserisce
in un luogo storicamente e culturalmente importante, tale da sottolineare il rapporto tra scienza e
arte, che è un connubio e non una distanza.
Credo, quindi, che parlare di problemi scientifici in un'atmosfera così vivace e ricca di
storia sia un elemento molto positivo. In questo contesto mi è stato assegnato il ruolo di
moderatore nel dibattito tra tre personaggi che sono anche degli amici, ma soprattutto che hanno
dato e danno un contributo straordinario nel nostro Paese, dove, pur con fatica, il lavoro
scientifico è importante.
Prima di entrare negli ambiti specifici di ciascuno di questi relatori, ritengo necessario
cercare di capire perché una parte del nostro Paese esprima opinioni che personalmente rispetto, ma
che costituiscono un elemento di ostacolo alla ricerca.
In altre parole, mi domando perché nell'opinione pubblica italiana si parli con sospetto e
paura del tema delle biotecnologie. Credo che la difficoltà maggiore derivi dal pensare che l'uomo
attraverso questi strumenti, quelli delle biotecnologie appunto, riesca ad intervenire nei processi
di natura, alterandoli. Si teme che gli scienziati possano determinare cambiamenti, che non sono
compatibili con la natura.
A questo proposito vorrei sottolineare come si è modificato, nel tempo, il concetto di
natura. Il primo riferimento fondamentale riguarda il mondo antico. Nella Grecia classica si
riteneva che la natura fosse qualche cosa di dato, un'entità in sé conclusa, e pertanto veniva
intesa come un grande oggetto che aveva delle proprie caratteristiche immutabili, fisse e che, come
tali, andavano rispettate. Devo dire che questa idea di un mondo concluso, di un cosmo immobile,
simile ad una statua, risponde ad una concezione che è venuta radicalmente mutando nel corso del
tempo, attraverso cambiamenti del pensiero che ritroviamo in vari filosofi e autori antichi.
Tra i più importanti voglio citare Alessandro Koyré, uno storico delle scienze, che ha
mostrato come non sia più possibile utilizzare l'idea classica della natura, dal momento che
l'universo è stato concepito come infinito e, come tale, non può essere immobile.
Esiste un'ampia discussione anche tra gli astrofisici sul fatto se l'universo sia da
considerarsi infinito, nel senso che noi diamo comunemente a questo termine o, invece, illimitato,
ossia difficilmente misurabile ma non infinito. Sebbene ci sia il rischio di perdersi nelle
sfumature delle parole, certamente da quando abbiamo pensato che l'universo sia infinitamente
grande e abbiamo scoperto, d'altra parte che il piccolo è infinitamente piccolo, arrivando a dire
che un atomo è enorme, sempre giocando sulle proporzioni, da quel momento, sostiene Koyré, non
possiamo più parlare di un cosmo concluso. E' chiaro, insomma, che l'idea di natura come elemento
immobile perde senso.
A questa prima importante considerazione si giunge attraverso lo sviluppo della fisica, sia
di quella astronomica che di quella delle particelle. Ricordo sempre come un nostro grande fisico,
il prof. Rubbia, un giorno mi spiegò che cos'è il vuoto. Confesso che non sono sicuro di aver
capito, ma lui insisté a dirmi più o meno così: “Di solito il vuoto lo si associa al nulla,
ma è scorretto: dentro a ciò che si chiama comunemente vuoto avvengono dei fenomeni a una tale
rapidità e con dimensioni talmente infinitesime che non si riesce a vederle, eppure è affollato,
esattamente un pieno di infinitamente piccolo e di grande accelerazione”.
A queste voci vorrei avvicinare quella di un altro personaggio della storia delle scienze, a
cavallo tra '800 e '900, Cournot, che ha aggiunto un altro tassello per poter meglio comprendere il
concetto di natura.
Cournot ha riconosciuto che la natura ha una storia, e una storia che non è solo quella
tracciata da Charles Darwin, che aveva dimostrato che gli organismi si modificano nel tempo,
secondo leggi date. Cournot sostenne, invece, che la natura si modifica e anzi procede
modificandosi, nel senso che un momento prima non era quella che è adesso. Pertanto, certamente,
non è quella che poteva essere milioni di anni fa.
Esiste, dunque, una natura che ha una storia dentro di sé, una serie di movimenti che
sono quelli dell'evoluzione, ma anche delle rivoluzioni, in altre parole una storia irreversibile.
L'irreversibilità è, appunto, il segnale che quella che consideriamo natura in questo momento non è
la natura che esisteva prima.
Rispetto alla concezione greca del cosmo fissato, queste scoperte ne attribuiscono
l'infinità, da un lato, e dall'altro, portano nella natura l'aspetto dinamico della storia.
L'ultimo autore che intendo citare è Edmund Husserl, un filosofo molto vicino a noi per
mentalità, attento a tutto quanto appartiene agli eventi, anche scientifici.
Husserl sostenne che la natura è un'entità di cui abbiamo “esperienza”, mentre ne abbiamo
coscienza. In altro parole, l'uomo, avendo coscienza della natura, ne dà una dimensione, un
significato, uno status.
Amo particolarmente Husserl, perché mostra l'uomo, il singolo, non come individuo separato,
ma come parte della natura, di quella natura che percepisce e in qualche modo cui attribuisce
esistenza, proprio in quanto ne ha conoscenza.
Husserl era un fenomenologo, e come tale spinse sino all'esagerazione questo ragionamento, al
punto da affermare che la natura esiste in quanto l'individuo la fa esistere, attraverso la sua
coscienza .
La consapevolezza, secondo i fenomenologi, è ciò che permette l'esistenza stessa della
natura, come entità prima di tutto dentro la coscienza dell'uomo. Senza tale elemento la natura non
esiste.
Questo è un ulteriore passo avanti per poter dire che la natura esiste in quanto l'uomo
esiste ed egli non è soltanto uno spettatore che si pone di fronte all'oggetto natura, con la paura
di poterlo scalfire, ma ne è invece parte così attiva, nel riconoscimento, che in qualche modo è la
sua stessa coscienza a permettere che la natura assuma una percezione vivente. Ecco allora che la
coscienza, l'individuo, diviene parte fondamentale della natura, fino a determinarne l'esistenza.
Quest'idea mi piace perché, in fondo, dice a tutti quelli che hanno paura che le
biotecnologie alterino la realtà delle cose, di stare attenti a non idolatrare la natura.
Insomma, il rispetto della natura non deve confondersi con una sorta di idolatria di essa,
pensata come oggetto immutabile, secondo un paganesimo che non tiene conto delle nostre conoscenze.
Quando usiamo le espressioni “contro natura” o “secondo natura”, in realtà non teniamo conto
di queste considerazioni appena esposte, che appartengono alla filosofia speculativa, alla
filosofia teoretica, ossia che la natura è illimitata, che essa ha una storia e che esiste in
quanto noi ne abbiamo esperienza e coscienza.
Pertanto non dovremmo porci in alternativa ad essa, come un oggetto a noi esterno che
possiamo danneggiare. Noi siamo all'interno della natura e pertanto la sua modificabilità è ad essa
connaturata, trattandosi di una realtà assolutamente in divenire. Ritengo che questo sia
straordinariamente bello e dovrebbe renderci meno timorosi di fronte al racconto dei tre personaggi
che oggi sono qui, per dirci che cosa accade nei laboratori, mentre io, come sapete, sto in mezzo
ai matti che mi piacciono molto.
Le persone cui darò ora la parola stanno portando avanti in maniera straordinaria il lavoro
con la natura.
Il primo studioso, scienziato e amico, è Roberto Defez che ci parlerà in modo particolare di
piante e di animali, di oggetti che si possono modificare geneticamente.
Roberto Defez, direttore dell'Istituto di Genetica e Biofisica 'Adriano Buzzati Traverso',
Napoli
Ti ringrazio e spero di non contraddirti nel dire che forse un po' matto sono, perché
continuo ad occuparmi di queste cose, nonostante l'opinione che si è diffusa a tale proposito e, in
più, con l'obiettivo di convincere tutti che forse è la cosa giusta da fare. Vi parlerò di una
delle cose più spaventose che avvengono in questo istante nei laboratori di ricerca, ossia degli
organismi geneticamente modificati, nel tentativo di farvi vedere che poi così modificati non sono
e che in realtà fanno parte integrante della nostra cultura.
Comincio con il dare un numero significativo: innanzitutto, voi non siete uguali a ieri, io
non sono uguale me stesso di ieri, tra ieri e oggi ho subito 50mila mutazioni all'incirca,
sono cambiato in 50mila punti del mio patrimonio genetico. Alla luce di questo dato l'idea stessa
di organismo geneticamente modificato non ci dovrebbe sconvolgere tanto perché appartiene
l'abitudine quotidiana con cui ognuno di noi si confronta, ogni singola mattina. Ma forse è più
importante incominciare la storia di come l'uomo ha interagito con la natura nel tempo, di come
l'uomo sia entrato in essa: la considerazione chiave per capire questa storia sta in un'innovazione
straordinaria introdotta poco più di 10mila anni fa con l'avvento dell'agricoltura.
Se osserviamo le statistiche della crescita della popolazione umana, per esempio quella degli
aborigeni australiani, sappiamo che il loro numero è rimasto costante, 300mila, sempre, finché non
sono arrivati gli inglesi. Prima, il territorio dell'Australia non poteva accogliere più di 300mila
individui, in quanto non erano coltivatori, ma cacciatori e raccoglitori e le risorse bastavano
alla sopravvivenza di quel numero. Sull'intero globo c'erano 5 milioni di persone prima
dell'avvento dell'agricoltura, pochi anni dopo erano 50milioni.
La scelta di coltivare, che è una fortissima modalità di andare ad interferire negli
equilibri naturali, è stata vincente per la specie umana, una scelta che ha consentito da un lato
di riprodursi in maniera molto più sicura per l'uomo e, dall'altro, di decidere di che cosa
nutrirsi, modificando il territorio, creando campi coltivando e di anno in anno selezionando il
seme migliore, il più produttivo o il più resistente alle varie condizioni climatiche da trasferire
alla generazione successiva.
Insomma, c'è stato un affinamento costante negli anni, nei secoli, che ha portato
l'agricoltura ad esser la sorgente principale di cibo per l'uomo, non più la caccia, non più la
raccolta. Eppure, solo nel 1800, si è raggiunto il primo miliardo di persone sulla terra. Poi la
popolazione si è accresciuta, componendosi di due miliardi di individui, quindi tre nel 1960, e da
quella data ad oggi più meno ogni dodici anni si è aggiunto un nuovo miliardo di persone a cui dare
da mangiare.
Le previsioni non cambiano per i prossimi cinquant'anni anni, forse con un leggero declino,
ma, comunque, ci dobbiamo aspettare circa dieci miliardi di persone sulla faccia della terra entro
il 2050.
Le innovazioni tecnologiche debbono precedere di molto eventi di questo genere. Attualmente
la situazione è la seguente: la produzione di cibo nel mondo aumenta all'incirca dell'1,3%
all'anno, l'aumento della popolazione procede al 2,2% all'anno. Questi sono i numeri bruti, non
voglio entrare nel merito della distribuzione del cibo e di tantissimi altri aspetti che competono
a questioni politiche, economiche e commerciali. Ma il cibo può essere distribuito se c'è, se manca
non c'è nulla da distribuire. Quindi l'unico punto di cui noi ci possiamo occupare è di creare cibo
e di renderlo disponibile, compito di altri ben più in alto di noi è di distribuirlo in maniera
equa.
Forse è questo il nodo sostanziale della questione: cominciare ad affrontare concretamente il
fatto che 10 miliardi di persone, se li vogliamo tenere in vita, dovranno utilizzare una superficie
di area coltivabile probabilmente inferiore a quella odierna, certamente meno acqua di quella di
cui disponiamo oggi e assolutamente meno fitofarmaci e meno fertilizzanti, per poter far crescere
tutto quello che ci occorre per poter mangiare.
Queste sono le vere sfide che ci stanno davanti al di là di speranze, desideri, ambizioni
personali: penso che ognuno di noi coltivi la speranza di poter tornare alle cose più immacolate e
naturali possibili, ma, nel privato, sui grandi numeri tutte queste considerazioni non valgono. Per
fortuna ci sono atteggiamenti di ricerca che, in questi anni, hanno consentito un aumento
straordinario della produzione agricola mondiale, ci sono intere aree del globo che non soffrono
praticamente più la fame, perché negli anni Sessanta e Settanta è avvenuta quella che è stata
chiamata la rivoluzione verde, ossia l'impianto di sementi selezionate e incrociate in maniera
molto particolare, estremamente selezionate da grandi industrie ha consentito un salto in avanti
della produzione agricola.
Ma la produzione agricola ha tuttavia raggiunto un limite: i miglioramenti ottenibili in
maniera più o meno fattuale, attraverso incroci dagli addetti ai lavori dal padre stesso della
rivoluzione verde, Norman G , premio Nobel del 1970 per la pace, dimostrano che non c'è altra
via di uscita se non quella di scegliere cosa aumentare come produzione, ovvero di individuare
obiettivi singoli e non incrociare per decenni e decenni tipi di piante differenti che portino a un
aumento di produzione. Questo è esattamente quanto avviene nella produzione di organismi
geneticamente modificati per l'agricoltura. Quando se ne parla in Italia, l'impressione generale è
che stia arrivando una tempesta o minacci di arrivare una strage, una epidemia.
Vorrei anche qui cominciare con il dare qualche numero. Spero che temiate abbastanza le
farine animali come sistema di nutrimento per gli allevamenti zootecnici ed è chiaro a tutti che
forse è meglio dare da mangiare un vegetale a un vegetariano come la mucca che non altri animali.
Allora la domanda è quali siano le sorgenti di proteine alternative. La prima sorgente di proteina
per l'allevamento zootecnico è la soia: l'Europa produce 1.8 milioni di tonnellate di soia, ma ne
consuma 28milioni. Quindi l'Europa produce il 5% del suo fabbisogno ma ne importa un altro 95%.
Da ormai sei anni ben più del 50% di questa soia che viene importata è geneticamente
modificata. Non stiamo parlando di un evento a venire, ma di una realtà che permette di produrre
nutrimento per le nostre mucche maiali e pecore che hanno in questo modo una sorgente diversa di
alimentazione, una sorgente di gran lunga più sicura. Un discorso analogo vale per il mais, che,
con percentuali leggermente inferiori, arriva in Europa sistematicamente.
Quando si ascolta il dibattito in Italia, si omettono alcun importanti dettagli, per esempio
che i grandi paesi che forniscono cibi geneticamente modificati sono anche i principali produttori
di agricoltura biologica. Non c'è assolutamente alcuna contraddizione, in questo: il primo paese al
mondo che fa agricoltura biologica è l'Australia, il secondo è l'Argentina. Il 90% della soia
argentina è geneticamente modificata. Le due cose non hanno contrasto, non è vero che scegliere una
direzione significa penalizzare l'altra, negli Stati Uniti che sono il simbolo forse dei prodotti
geneticamente modificati esiste anche il mercato straordinariamente più rilevante in termini
economici per l'agricoltura biologica. Le due cose sono illusoriamente messe in contrasto tra di
loro, ma non hanno nessun punto di contrasto anzi esistono decine centinaia di progetti di
biotecnologia per salvare varietà che sono scomparse dalle nostre tavole, perché attaccate da
virosi, da funghi, da vermi, da malattie.
In questo scenario, parlando a ricercatori, vorrei aggiungere un dettaglio quasi personale
della vicenda: nel mondo si coltiva una quantità straordinaria di ettari a piante geneticamente
modificate, esattamente 52 milioni di ettari: una superficie assolutamente spaventosa che invade
tutti i continenti.
Tanto per darvi un ultimo dato è la Cina l'ultimo paese che più di ogni altro ha coltivato
biotest lo scorso anno, triplicando gli ettari dell'anno precedente, e l'ingresso sullo stesso
mercato dell'India, due paesi tra i più popolosi al mondo, farà fare un ulteriore balzo in avanti a
questo tipo di statistica per il 2002. Una metà di tutti questi ettari coltivati nel mondo sono
coltivati ad un certo tipo di soia, e forse i più specialisti conoscono come la soia
rau ,un brevetto privato della più famigerata ditta americana, la Monsanto. Ebbene quel
brevetto è scaduto, il che significa, dal nostro punto di vista, che chiunque può utilizzarlo. E'
come se lo stemma della Ferrari fosse disponibile a chiunque, il quale potrà fare la propria
Ferrari casalinga, ossia appiccicando al proprio assemblaggio questo nome. La domanda è: ma la
sapete fare una Ferrari?
In Italia, vista la politica che si è condotta in questi anni, la Ferrari non la sappiamo
fare. Il che, fuori dalla metafora, significa che un prodotto biotecnologico che copre 26 milioni
di ettari in giro per il mondo, cioè un prodotto di una ricchezza assolutamente straordinaria, è
adesso libero, ma non si è seguito da noi un percorso preciso per poter costruire una macchina così
straordinaria che ha conquistato i mercati per la bontà per l'efficienza del prodotto.
Solo un dato per quantificare questa storia: nel 2000 erano 3 milioni e mezzo gli
agricoltori in giro per il mondo che coltivavano questo tipo di soia, nel 2001 sono diventati
5milioni e mezzo. Questo significa che non sono i latifondisti a sceglierlo, ma i piccoli
coltivatori, quelle centinaia di migliaia di coltivatori, per esempio, dei campi di cotone nel
Sudafrica di Mandela, nell'Indonesia musulmana, nella Cuba di Fidel Castro, nella Cina popolare e
nell'India di tutte le religioni. Sono i piccoli coltivatori che hanno scelto di smetterla di
morire per aver fatto pesticidi. Mille all'anno ne muoiono in Cina, mille coltivatori che muoiono
solo per aver sbagliato l'irrorazione con pesticidi e in alcuni casi stiamo parlando di tre
spargimenti alla settimana di uno dei peggiori veleni: in una singola settimana bisogna passare tre
volte il veleno, l'errore è possibile in questo caso. Le statistiche dicono che con l'utilizzo per
esempio di cotone ingegnerizzato la quantità di pesticidi utilizzati diminuisce di oltre il 70%. Ci
sono entomologi in brodo di giuggiole perché nei luoghi dove viene coltivato il biotech hanno visto
riapparire una fauna sconosciuta, insetti che non vedevano dalla loro infanzia, sono nate nuove
tipi di piante si sono incrociati nuove specie. E' un risveglio della natura perché invece di
spargere un pesticida che ammazza tutto quello che incontra, improvvisamente il pesticida non viene
sparso più, la pianta da sola si fa il suo pesticida, il parassita smette di attaccarla.
Il discorso è estremamente semplice e lineare: funziona ovunque nel mondo e tra le piccole
cose che non vengono mai raccontate, tanto per citarne una, è la dichiarazione della direttrice
dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, una autorità in materia, secondo cui gli organismi
geneticamente modificati possono essere mangiati dall'uomo senza effetti collaterali.
Allora non sto parlando del cotone, a parte che indossiamo tutti vestiti di cotone, gli euro
che abbiamo in tasca sono fatti su trama di cotone, quindi di ognuno di noi ha in tasca una
banconota geneticamente modificata mediamente per il 20% perché oggi è il 20% il cotone mondiale
geneticamente modificato, e vi garantisco che tra cinque anni sarà difficile trovare cotone non
geneticamente modificato perché con l'ingresso di Cina e India praticamente scomparirà il cotone
non geneticamente modificato.
Ma perché la direttrice dell'organizzazione mondiale della sanità ha dovuto fare questa
dichiarazione? Per uno dei paradossi di cui in qualche modo io come europeo mi sento colpevole, ed
è il fatto che c'è una delle più feroci carestie in atto sull'Africa Australe in questo istante,
sei Paesi sono in una siccità terrificante da due anni, 14milioni di persone sono a rischio di
morte. L'Onu attraverso il programma di aiuti alimentare sta spedendo aiuti in questi paesi e un
singolo presidente di questi stati, quello dello Zambia, sta rifiutando gli aiuti umanitari,
perché, dal momento che gli Stati uniti per metà contribuiscono agli aiuti alimentari e stanno
mandando quello che mangiano loro e loro mangiano mais geneticamente modificato nelle stesse
quantità del mais non modificato, il presidente dello Zambia sta preferendo rischiare la vita di
1milione e 300mila concittadini piuttosto che credere alle parole della Fao, dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità delle Nazioni Unite,e di decine di altre organizzazioni internazionali,
praticamente tutte le accademie delle scienze sparse per il mondo, che hanno confermate tutte che
non c'è problema alimentare.
Però come diceva Andreoli all'inizio la cosa più difficile in questo campo è riuscire a
comunicare e a sgombrare la mente dalle paure, per mettere sul piatto della bilancia quali sono
esattamente le potenzialità, quali le difficoltà e quali i vantaggi.
In questo istante perciò, dico, come europeo, ho un problema: il presidente dello Zambia
sostiene che noi come europeo non importeremmo derrate alimentari dallo Zambia. Ne ho parlato con
il presidente di Nomisma, l'ex ministro dell'agricoltura Paolo Locastro che è praticamente il
consigliere di Prodi a Bruxelles, che sostiene che non ne sa nulla di questa proposta. Insomma è un
pensiero del presidente dello Zambia, che ha avuto l'effetto, tuttavia, di fare rimandare indietro
gli aiuti. Ecco, la situazione. Credo che siamo ormai arrivati al punto in cui la sfiducia, il
dubbio, di fronte a emergenze alimentari dovrebbe cedere il passo a uno strappo di raziocinio,
all'analisi dei dati scientifici per cercare di concretizzare e prendere decisioni importanti.
Giuseppe Remuzzi, coordinatore delle ricerche del Laboratorio Mario Negri di Bergamo
Una delle preoccupazioni più grandi dell'uomo di oggi è il problema del tumore. Tre persone
su dieci muoiono di tumore, la gente ha l'idea, in parte anche giusta, che la scienza non sia
ancora riuscita a fare qualcosa di veramente importante per il tumore. E proprio di questi giorni
la notizia che un gruppo di ricercatori di Torino guidato dal prof. Forni, abbia trovato un rimedio
di cura attraverso il trasferimento di dna. Un processo molto innaturale, che però potrebbe
trasformarsi rapidamente in un vantaggio, anche se purtroppo non lo sappiamo ancora.
Televisione e giornali hanno dato questa notizia importante ma ancora non è molto comprensibile,
mentre quotidianamente ci confrontiamo con il fatto che il tumore è incurabile e il tumore è un
evento legato alla natura.
Mi richiamo a quanto detto dal professor Defe un attimo fa in merito al problema della
scelta. Ebbene è esattamente la fortissima scelta di chi si occupa di curare malattie mortali come
il tumore, quella di alterare gli equilibri naturali. In questa logica sono stati creati farmaci,
anche la chemioterapia che ha una pessima fama e l'ha avuta quando ci sono stati casi molto famosi
di cui discuteva la televisione. Ricorderete la cosiddetta terapia di Bella, dal nome del
professore che la ideò, e che si schierò contro o la chemioterapia, in quanto, diceva, si tratta di
una cosa chimica ideata in laboratorio e sebbene l'uomo sia composto di sostanze chimiche, queste,
sosteneva Di Bella, sono naturali. Allora anche la cura doveva essere di quel tipo.
Ribadisco, però, come ho poc'anzi accennato, che anche il tumore è naturale, appartiene alla
biologia, non alla chimica.
Tuttavia proprio questa chemioterapia fatta nei laboratori, scelta dai medici imputati di
alterare in tal modo l'equilibrio naturale, ha dato risultati evidenti: oggi, grazie ad essa, il
90% dei bambini che si ammalano di ischemia acuta guarisce e conduce una vita normale, avrà dei
figli e contribuirà alla crescita della popolazione di cui parlava Defe, al fabbisogno di
agricoltura biologica.
Ma voglio raccontare un'altra storia, che è molto impressionante per dimostrare come,
modificando la natura, i medici siano riusciti a dare la vita a delle persone: a metà degli anni
Sessanta chiunque si ammalava di reni moriva e ciò accadeva repentinamente, perché se uno o
entrambi i reni smettono di funzionare, si alterano gli equilibri di sostanze molto piccole, per
esempio il sodio, il potassio, o una serie di altri elementi minerali, il calcio che si trova nel
sangue. Basta che la quantità si sballi, anche in maniera minima, che la storia naturale del
corpo è la morte nel giro di appena due giorni.
Sulla base di queste analisi si è messo in testa che, conoscendo bene il funzionamento del
rene e le quantità di minerali che devono essere presenti nell'organismo, forse si poteva fare una
macchina per sostituire la funzione del rene. Certo, niente di più innaturale dal punto di vista
teorico di tentare di sostituire la funzione di un organo così complesso come il rene con una
macchina, ma aveva questa idea ed era andato avanti. In quegli anni, però,
l'Olanda, il Paese dove lavorava, venne invasa dai nazisti, per cui ha dovuto
ritirarsi in un piccolo ospedale per continuare le ricerche. Alla fine della guerra aveva
predisposto il prototipo di una macchina che avrebbe forse potuto sostituire la funzione del rene.
Continuò poi i suoi studi negli Stati Uniti in mezzo allo scetticismo dei nefrologi americani, che
pensavano fosse matto, che insomma non si potesse sostituire la funzione di un organo con una
macchina. Eppure questi ricercatori e scienziati erano delle straordinarie persone che hanno
contribuito alla conoscenza dei meccanismi che portano alle malattie renali. Però non avevano la
lungimiranza di, che andò avanti nonostante le critiche e ad un certo punto il prototipo è stato
perfezionato, fino a diventare una macchina funzionante. Oggi, nell'ospedale dove lavoro, abbiamo
pazienti che seguono la dialisi da più di 35 anni. Con questo intendevo sottolineare come
l'innaturale possa diventare profondamente legato alla vita e non in contrasto con essa..
Attualmente nel mondo i dializzati sono un milione soltanto in Italia. I costi per la sanità
sono enormi e si deve fare di tutto per evitare che le malattie progrediscano al punto da rendere
possibile o necessaria la dialisi. Ma sono discorsi che valgono solo per l'Europa, per gli
Stati Uniti, non per i Paesi non industrializzati, dove ogni anno muoiono un milione di persone,
perché la dialisi non è disponibile.
Il 90% del denaro per la dialisi si spendono per il 20% della popolazione del mondo che vive
in Europa, negli Stati Uniti, nel Giappone. Negli altri, in cui la malattia fa la sua storia
naturale, si muore perché i governi non hanno abbastanza soldi per la dialisi.
Ma la medicina va avanti e la natura in un certo senso si modifica con noi, come ha detto
all'inizio il prof. Andreoli. Allora è giusto che il concetto di natura cambi, abbiamo visto molto
bene come cambiamo anche noi, ogni giorno.
La natura muta così tanto che a un certo punto i medici hanno pensato che si potesse
addirittura trapiantare gli organi. All'inizio del secolo, ciò accadeva con estrema difficoltà: a
seguito dei primi interventi i malati morivano tutti, non si sapeva che fosse possibile. Ma c'è
stata qualche persona straordinaria che ha creduto che si potesse modificare il corso naturale
delle malattie al punto da prendere l'organo di una persona malata, toglierlo con una operazione
chirurgica e mettere al posto dell'organo malato o un altro di un donatore, ad esempio di un
fratello, un genitore, oppure l'organo di un cadavere, per esempio morto attraversando la strada ma
i cui organi possono servire ad altre persone. Anche questo è stato visto come una forzatura della
natura, ancora oggi qualcuno è molto contrario a questa pratica. Tuttavia sostituire organi è
diventato una operazione di routine. Attualmente nel mondo vivono centinaia di migliaia di pazienti
con sostituzione di vari tipi di organi, di reni, cuore, fegato, pancreas, e questo si è reso
possibile grazie ad anni di esperimenti su animali.
All'inizio questa operazione non si poteva pensare sull'uomo. E' stato necessario che certi
chirurghi particolarmente illuminati dedicassero la loro vita a fare esperimenti sugli animali
senza successo. Il primo scienziato che ha voluto decidere che questo si poteva fare e che ha
trovato a mettere a punto una operazione perfetta ha dovuto sacrificare 600 cani perché i reni non
funzionavano mai. Ma questo ha portato oggi ad una grande risorsa per persone che hanno una
malattia renale e non vogliono vivere legate alla macchina di dialisi e che dopo il trapianto.
In questo senso noi, nel nostro ospedale, in Italia, avremmo storie straordinarie da
raccontare. Ma il trapianto non è perfetto, il trapianto deve essere accettato dall'organismo, che
riceve un organo proveniente da una persona diversa. C'è il grande problema del rigetto, derivante
dall'estraneità tra l'uno e l'altro, un'estraneità che viene riconosciuta dalle cellule, dai
linfociti che circolano nel nostro sangue, il nostro organismo capisce che ci sono delle proteine
diverse dalle sue e tenderebbe a rifiutarlo. Allora a noi spetta ideare dei farmaci, che andranno
presi per tutta la vita e che sono in parte tossici, danneggiano gli organi stessi che dovrebbero
proteggere dal rigetto. E allora la frontiera si sta spostando adesso nell'insegnare all'organismo
una cosa a cui la cellula non è abituata, educarlo a riconoscere l'organo trapiantato come nostro,
mantenendo inalterata la capacità di difendersi dai tumori e dalle infezioni, che è il compito del
sistema immunologico. Siamo riusciti in questo compito, sebbene parzialmente, per un tempo di circa
dieci, quindici anni dal trapianto, in cui il paziente può svolgere una vita normale. Se questo
tempo è abbastanza lungo per un uomo di sessantacinque anni, non altrettanto possiamo dire per un
bambino.
Da noi, per esempio, è stato appena operato per una malattia rarissima del fegato un bambino
in cura da quando aveva 45 giorni pesava 2 chili e due etti. Un bambino adesso sano con un
pezzettino di fegato nuovo che viene da un adulto, non serve neanche un fegato intero per fare il
trapianto a un bambino così piccolo. Le tecniche chirurgiche sono riuscite a fare in modo che basti
un pezzettino di fegato di un adulto per far vivere a questo bambino una vita normale, questo
bambino non può avere davanti 10 -15 anni. Dobbiamo cercare alternative, dobbiamo riuscire a far
riconoscere all'organismo quegli organi come se fossero propri, quindi modificare questa attitudine
naturale dell'organismo che nasce per difendersi dalle infezioni del virus. Non vogliamo che
attacchi gli organi trapiantati e però la frontiera adesso è quella di costruire in laboratorio e
abbiamo imparato che una certa capacità di certe cellule del nostro organismo, le cellule staminali
o le cellule embrionali, di trasformarsi in altre cellule, in cellule che nascono per fare
cellule sane.
Si pensa allora che potrebbero forse essere utilizzate in laboratorio per fare altre
prove o fare altri organi. Un processo molto lungo, certo, ma che fa ben sperare, perché
eliminerebbe il bisogno della macchina di dialisi, che rimarrà in questa storia un pezzo importante
per arrivare al trapianto, e poi non ci sarà più bisogno del trapianto perché forse con le tecniche
staminali si potrà riparare i propri organi.
Certo, bisogna continuare a fare ricerca e qui si pongono un certo numero di problemi, di
pregiudizi anche, per cellule embrionali con una serie di limiti su cui penso si potrebbe
discutere. Allora si potrebbe vedere in modo diverso anche il problema della clonazione che
molto ha suscitato per le tante difficoltà, ma credo di fermarmi qui, per adesso e di avere dato
l'idea che anche nella medicina non è sempre necessariamente buono quello che è naturale.
Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri di Milano
Non c'è dubbio che la rivoluzione biotecnologica sia arrivata dappertutto, interessando
moltissimi campi del vivere. In un certo senso è entrata anche in campo farmacologico. Per fortuna
i problemi di cui devo parlare io sono meno drammatici di quelli che abbiamo sentito fino ad
adesso, per il semplice fatto che le biotecnologie sono entrare prepotentemente nel mondo dei
farmaci e la cosa è avvenuta successa con una tale rapidità che nessuno se ne è accorto e non
essendosene accorto nessuno, non ci sono state neanche le proteste e le contestazioni sollevate in
altri settori. Ma dobbiamo sapere, invece, che molti dei farmaci che noi utilizziamo sono il frutto
di modificazioni di organismi viventi. Oramai, ci sono due grandi aree in cui la biotecnologia è
entrata: da un lato la produzione di alcuni - e sempre più- farmaci, dall'altro, ed è
futuro, lo sviluppo di nuovi farmaci, che avranno probabilmente poco a che vedere con quelli
che ci siamo abituati ad assumere.
Per quanto riguarda la produzione, molti sanno che fino ad un certo periodo si è sviluppata
quella che potremmo chiamare la farmacologia estrattiva: avendo bisogno di una proteina, ad esempio
l'insulina per il diabete, normalmente si prendeva il pancreas di bovini o suini e da lì si
estraeva la sostanza per la terapia. Naturalmente per estrarla si sottoponevano quei tessuti ad una
serie di procedimenti e di verifiche, tanto da ottenere il materiale che poi diluito in liquidi e
inserito in una fiala arrivava al letto dell'ammalato di diabete. Però questo creava qualche
problema: innanzitutto era molto complicato sviluppare e migliorare le tecniche per l'estrazione
dell'insulina. Così si è pensato di prendere vantaggio delle conoscenze acquisite: la biologia
molecolare ci ha insegnato come si produce di fatto nel nostro organismo l'insulina e precisamente
ci ha insegnato che esiste un gene, una molecola, che si chiama dna, la cui funzione è di
trasmettere le sue informazioni ad un altro polimero, che è l'rna, che a sua volta crea una sorta
di matrice su cui si mettono progressivamente tutti gli acidi che formano quella proteina che è
l'insulina. Da questo si è proceduto, in modo assolutamente innaturale per seguire l'introduzione
che ha fatto Vittorino Andreoli, per fare produrre a a dei batteri che non sono patogeni oppure a
dei lieviti oppure a delle cellule - ci sono vari modalità – l'insulina, inserendo in essi il pezzo
di dna di questo gene che dà l'ordine di produrre l'insulina. Così, con apposite tecnologie che si
mettono a punto secondo che ne producono tantissima, si ottiene un'insulina che dovrà essere
purificata, estratta e messa a disposizione.
Il grande vantaggio è che siamo noi a dire quale gene inserire e per esempio possiamo
decidere di inserire il gene umano, e non invece estrarla dagli animali. In questo modo, avendo un
gene umano, abbiamo l'insulina umana cioè qualcosa che molto più simile a quello che
fisiologicamente abbiamo nel nostro organismo.
Si crea, insomma, un circolo un po' strano: procediamo con una tecnica assolutamente
innaturale per avere qualcosa che invece è più vicino a quello che spontaneamente abbiamo nel
nostro organismo e che ci fa un po' confondere su dove sta la natura e dove sta il contrasto con la
natura, come è stato già detto.
Questo si può fare in modo adeguato anche per altri fattori, perché invece ci sono quelle
proteine che possono essere utilizzate a scopo terapeutico, ma non possiamo estrarle dagli animali
perché sono così diverse che l'uomo costruisce degli anticorpi per andar contro queste proteine.
Nello stesso caso servendosi di questa tecnologia, che si chiama dna ricombinante, noi
inseriamo il nostro piccolo gene abbiamo le nostre cellule: in questo senso abbiamo creato un nuovo
modo una nuova catena di produzione, una nuova tecnologia industriale che ci permette di produrre
cose che non possiamo ottenere chimicamente perché sono straordinariamente complicate o, comunque,
che sarebbe economicamente svantaggioso procurarsi secondo quel percorso.
Sono molte ormai le proteine che utilizziamo in terapia che vengono prodotte in questo
modo: l'eritrotromitina, per esempio, è una sostanza di cui si abusa, una sostanza preziosissima
che ci aiuta invece a curare certi tipi di anemia, soprattutto nelle situazioni di dialisi.
In questo modo abbiamo a disposizione una sostanza che sapevamo che era importante,
sapevamo necessaria per l'anemia, ma non ne disponevamo in quantità sufficienti. Analogo discorso
vale per quanto riguarda l'ormone della crescita, un'altra sostanza che viene utilizzata, per
esempio, nella terapia di certe forme di nanismo. Una volta si otteneva estraendo dalle ipofisi dei
cadaveri l'ormone della crescita per poterlo poi somministrare ai bambini. Così come per i fattori
della coagulazione che si dovevano estrarre con grande difficoltà, perché sono presenti in piccole
quantità. Adesso abbiamo la possibilità, sempre con le tecniche del dna ricombinante, di ottenere
questi fattori per tutti i tipi di emofilia.
Insomma questo modo di produrre che è una biotecnologia ha permesso di avere alcuni vantaggi,
prima di tutto di evitare infezioni, basti pensare a tutti i casi di emofilici che sono stati
contaminati e hanno avuto l'epatite virale o peggio che hanno contratto la malattia di aids. Ma la
stessa cosa è avvenute quando si estraeva l'ormone della crescita dall'ipofisi, che trasmette
malattie neurologiche gravissime. Si tratta, evidentemente, di un grandissimo vantaggio. Certo, non
c'è mai niente che sia completamente sicuro, ma abbiamo ridotto il rischio, grazie alla possibilità
di produrre di più, e abbiamo sostanzialmente fatto questo nonostante questi prodotti siano cari ma
comunque ad un costo relativamente basso rispetto a quello che questi prodotti utilizzati in
modo corretto producono in termini di salute.
Una seconda modalità attraverso cui le tecniche della biotecnologia stanno entrando
nella farmacologia si riferisce al futuro, perché per adesso siamo ancora a livello sperimentale.
Mi riferisco alla terapia genica. Vi sono delle malattie che sono dovute al fatto che uno o più
geni non svolgono bene la loro funzione e allora invece di produrre una proteina che è essenziale
per la nostra sopravvivenza e per la nostra integrità fisica, ne producono una sbagliata o non la
producono affatto. Sono malattie attualmente spesso mortali o fortemente inabilitanti e necessitano
che si mettano a punto dei nuovi sistemi: in questo caso, quello che si cerca di fare esattamente è
inserire nelle cellule, anche umane, quel gene che manca o che non funziona in modo corretto.
Però tutti ci rendiamo conto che è straordinariamente più complicato, perché dobbiamo portare
il gene nel posto in cui è necessario e in quantità che non siano né troppo basse né troppo alte.
Abbiamo il problema di stare attenti che a causa di quel gene non succeda qualcos'altro, qualcosa
di peggio di quello che vogliamo cercare di curare e quindi siamo ancora in una situazione molto
sperimentale, che è bene rimanga di grande prudenza.
Siamo sicuri che otterremo il risultato perché almeno in un caso il problema è stato risolto.
Ci sono i bambini che hanno un grave deficit genetico per cui le loro difese immunitarie sono
terribilmente carenti, tanto che non possono vivere in ambienti normali, dove coesistono molti tipi
di germi, come quello del raffreddore o dell'influenza ad esempio, ma verso cui il nostro organismo
ha la capacità di difendersi. Questi bambini, invece, non ce l'hanno e sono, quindi, obbligati a
stare in un sistema artificiale, una specie di pallone di plastica dove tutto deve arrivare in modo
assolutamente sterile dall'esterno, perché qualsiasi cosa che non sia sterile li conduce a
infezioni gravissime, anche mortali.
Ebbene, abbiamo avuto un successo da questo punto di vista perché alcuni ricercatori francesi
hanno trovato il modo di ripristinare uno di questi geni anomali, e i bambini ammalati, che sono
due, perché per nostra fortuna è una patologia estremamente rara, oggi possono vivere fuori dai
sistemi artificiali, in cui dovevano stare per via delle infezioni.
Insomma c'è la speranza che anche per altre malattie si sviluppi una terapia genica adeguata.
Senza troppi trionfalismi o troppe promesse, adesso cominciamo ma non sappiamo quando finiremo, ma
è utile che sappiamo che queste vie sono possibili e il percorrerle e avere successo dipende
certamente dalle capacità dei ricercatori, ma anche dall'appoggio del pubblico, dipenderà dal fatto
che capisca che cosa vuol dire fare ricerca e che ogni ricerca comporta certamente anche un minimo
di rischi ma al tempo stesso è l'unico modo attraverso cui l'uomo possa fare progressi.
È l'unico modo che abbiamo imparato fino ad oggi per poter andare avanti. Quindi abbiamo
bisogno dell'aiuto del pubblico, dei pazienti, soprattutto quando le terapie incontreranno problemi
di introduzione di cellule come le staminali, che dovremo probabilmente modificare per ottenere
funzioni specifiche e che dovremo magari iniettare nel cervello perché abbiamo bisogno di
ripristinare delle cellule degenerate. Sorgeranno anche problemi di natura etica, ma li dovremo
risolvere perché il nostro compito è quello di curare le malattie e non soltanto qualche malattia,
di curarle tutte anche quelle più difficili e complicate su cui nessuno punterebbe denaro.
E' compito della ricerca progredire. L'uomo deve andare avanti e conquistare, in un certo
senso, la terra, intendendo per terra tutto quello che ci circonda. Ma, lo ripeto, abbiamo bisogno
dell'aiuto e della comprensione di tutti. Soprattutto è necessario non avere atteggiamenti ambigui.
Ne ricordo uno, a titolo di esempio: nel campo dei farmaci abbiamo da un lato la paura per i
vegetali geneticamente modificati, ma dall'altro vendiamo nelle erboristerie vegetali di tutti i
tipi di cui non sappiamo quasi niente, né a che cosa servono, medicamenti che nessuno ha mai
studiato neanche lontanamente in dettaglio e che potrebbero essere pieni di pesticidi.
Non solo: abbiamo bisogno del vostro aiuto anche per quanto riguarda la comprensione
nell'impiego degli animali, l'ho citato prima quanto sono necessari gli animali nella ricerca,
prima di sperimentare andare nell'uomo tutto quello che ci può servire. Non ci divertiamo a
utilizzare gli animali per la sperimentazione: ne abbiamo bisogno, proprio non ne possiamo
fare a meno, né si possono sostituire con le cellule che sono di una semplicità estrema rispetto
alla complessità di un organismo vivente.
Non possiamo provare test sull'uomo senza prima aver fatto tutto quello che è possibile negli
animali. Il vostro aiuto è veramente importante.
Conclusioni di Vittorino Andreoli
Come vedete non sono riuscito a limitare il tempo degli interventi che sono stati
interessantissimi. Pertanto la discussione non ci sarà, ma quello che è stato detto farà riflettere
a lungo, anche usciti da qui. Se questi incontri servono a pensare, ci permetterà di farlo anche
oltre questa sera.
Volevo solo brevemente ritornare sull'atteggiamento che ho messo in risalto all'inizio e che
connota le nostre reazioni rispetto al tema delle biotecnologie: ossia la paura. Sebbene possa
sembrare che non c'entri nulla con quanto è stato detto specificamente, vorrei che la ricordaste
come cornice entro cui si spiegano molti atteggiamenti.
Bisogna tenere conto che la paura è un meccanismo di difesa, una strategia della nostra
mente, della nostra psiche, che permette di percepire i rischi per evitare dei danni. Così, se il
bambino non avesse paura del buio, finirebbe per sbattere contro qualche cosa, ferendosi. Allora la
paura come difesa è utile, per cui non si deve assolutamente definirla un sintomo, la paura può
essere l'incipit della prudenza.
Tuttavia esiste anche una paura che noi curiamo, le malattie da paura. In questo caso la
paura non ci aiuta più a risolvere i nostri problemi, ma in qualche modo ci blocca: chi ne soffre
rimane immobile. Il meccanismo di difesa diventa in qualche modo un meccanismo di offesa.
Allora rispetto alla scienza e , specificamente, a questo tipo di scienza che viene chiamato
biotecnologia, credo che ciascuno di noi di fronte al nuovo sia giustificato ad avere la paura come
meccanismo di difesa per capire che bisogna analizzare anche i rischi. Insomma c'è un problema di
limite e, sebbene non se ne sia parlato esplicitamente a questo tavolo, perché non si può esaurire
l'intero argomento in un incontro, vi assicuro che tutti i partecipanti a questa Tavola rotonda
hanno una grande considerazione per chi si occupa dei problemi etici della ricerca.
Il mio invito è a tenere conto che la paura, se diventa un meccanismo di offesa, ci blocca
sia sul piano individuale che su quello sociale. Esistono anche le paure che impediscono alle
società di avanzare.
Naturalmente io capisco forse più di paura che di genetica , mi sembra comunque chiaro che di
fronte a questo tema ci troviamo a confrontarci con la paura. E appoggio la paura come meccanismo
di difesa, ma in una società che ha troppa paura si impediscono le scoperte e le evoluzioni.
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