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Il buon capo fa bene alla salute

Corriere della Sera


4/8/2003

Del capo o dei capi si è detto di tutto, nel bene e nel male. Una delle definizioni più belle è di Lao Tzu (o Lao Tze), il fondatore del Taoismo, che diceva, nel VI secolo avanti Cristo, che il capo se non è bravo lo si disprezza, se è bravo lo si riverisce, ma il vero leader è quello che ti fa fare quello che vuole (e come vuole lui) lasciandoti con l'idea che sei tu che lo volevi fare, e che lo volevi fare esattamente così. Ma chi se lo aspettava che dal capo dipende un po' anche la nostra salute?

Uno studio di ricercatori inglesi pubblicato su Occupational and Environmental Medicine di questo mese ha dimostrato che lavorare con un capo non abbastanza gentile, poco attento ai tuoi problemi, non abbastanza disponibile ad aiutarti è spiacevole certo, ma non solo, fa aumentare la pressione del sangue. E' un problema? Sì, perché la pressione alta aumenta il rischio di ammalarsi, di cuore per esempio. Per ora questa teoria è vera per le donne e se sono infermiere (lo studio ha coinvolto operatrici sanitarie), ma chissà che non abbia implicazioni più generali. Bisogna concludere allora che non avere un buon capo è un attentato alla salute? Forse, ma andiamo con ordine.

I ricercatori dell'Università Chilterns del Buckinghamshire, in Inghilterra hanno studiato 28 donne impiegate in attività di assistenza medica. Tredici di queste donne lavoravano con un capo che stimavano e con cui condividevano obiettivi e metodi di lavoro. L'altra metà lavorava con qualcuno che (almeno a loro giudizio) non era un bravo capo e con cui avevano poco in comune in termini di condivisione di obiettivi, non solo, ma che di fatto non riconoscevano come un vero leader.

Lo studio ha dimostrato che in quest'ultimo gruppo di infermiere la pressione del sangue - la sistolica, quella che tutti chiamano massima - aumentava di 13mm di mercurio in media  e la diastolica (la minima) aumentava di 6. E questo fenomeno si ripeteva sempre, tutte le volte che le infermiere erano costrette a lavorare con quel capo di cui non condividevano lo stile e il modo di rapportarsi con loro.

La pressione veniva misurata ogni 30 minuti, per 12 ore e per 3 giorni di seguito, quindi il dato è affidabile, non c'è dubbio. Fra l'altro le infermiere non erano informate nei dettagli dell'obiettivo dello studio e quindi non potevano in nessun modo influenzare i risultati. Quando però alle stesse persone capitava di poter lavorare con un altro capo, uno in cui credevano, che le rispettava, i cui atteggiamenti erano consistenti, e che dimostrava di saper essere imparziale, la pressione del sangue delle infermiere si riduceva (almeno un po').

Qualcuno potrebbe pensare che 13 mm di mercurio in più di pressione sistolica e 6 di diastolica non siano poi un granchè, ma non è vero. Un aumento così è abbastanza per fare aumentare del 16% il rischio di un attacco cardiaco e del 38% il rischio di un ictus al cervello.  S'intende se col capo non bravo ci si lavora abbastanza a lungo, qualche anno per esempio.

È sempre molto difficile partendo dai risultati di uno studio estrapolarli ad altre condizioni quindi è difficile poter dire sulla base di questi dati se anche gli uomini, e non solo le donne, con un cattivo capo rischiano di ammalarsi di cuore.

E la pressione, se il capo non va bene, aumenta solo alle infermiere? O sarà lo stesso per chi lavora in fabbrica, per le assistenti di volo, per le insegnanti? E se il capo è una donna? Per adesso la risposta a queste domande non c'è. Ma una cosa almeno è sicura (e dovrebbe fare riflettere): che i nostri atteggiamenti influenzino le reazioni di quelli con cui lavoriamo, lo sanno tutti, e anche i loro comportamenti, ma perfino la salute (degli altri) potrebbe dipendere, almeno un po', da noi. Chissà se qualcuno ci ha mai pensato?

 

Giuseppe Remuzzi

Lunedì 4 agosto 2003

 

 
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