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La dignità non è negli embrioni
Il Sole 24 Ore
22/6/2003
Il dibattito su 'confini' etici e, di riflesso, legislativi, a livello nazionale ed europeo, degli
studi sulle cellule staminali ha implicazioni che vanno al di là del tema specifico, toccando in
generale il rapporto fra scienza e società. In questa prospettiva è giustificato
l'intervento di uno scienziato quale è chi scrive, la cui attività di ricerca non è focalizzata su
questo specifico argomento.
Non vi è dubbio che la ricerca sulle cellule staminali è di cruciale
importanza sia sul piano conoscitivo che, potenzialmente, sul piano applicativo. A livello
conoscitivo, comprendere la nostra ontogenesi, il nostro 'farsi', comporta un salto di qualità
nella nostra consapevolezza del nostro essere biologico. Sul piano applicativo, gli studi in questo
settore aprono la possibilità di sviluppare approcci innovativi di tipo rigenerativo/riparativo per
molte malattie. L'articolo pubblicato di recente su Nature dal gruppo di Gianvito
Martino in un modello di sclerosi multipla illustra le potenzialità che si aprono.
Potenzialità, non certezze. Mi sembra che in questo, come in altri
settori, la comunicazione del 'chierici' ai 'laici' abbia spesso peccato di trionfalismo. Per
una varietà di motivi, non si trasmette il senso della ricerca come dubbio, incertezza, verifica,
come sottolineato da Elena Cattaneo. Verifica che anche nel caso specifico dell'uso terapeutico
delle cellule staminali alla fine non potrà che venire da rigorosi studi clinici, secondo quelli
che sono gli statuti della ricerca clinica controllata. Trasmettere il messaggio di cure più
o meno certe a portata di mano, che siano portate dalla terapia genica, o da una nuova medicina
genomica o in questo caso dalle cellule staminali, non aiuta a far crescere nella società una vera
consapevolezza della ricerca scientifica e alimenta anche nei confronti della scienza un
atteggiamento di tipo miracolistico.
Cellule staminali embrionali o 'adulte'? Non vi sono motivi
condivisi nella comunità scientifica per giustificare la scelta dell'una o dell'altra strategia in
un'ottica terapeutica, come argomentato da Angelo Vescovi (Il Sole 24 Ore del 4/5/03). Ma la
mancanza di dati sperimentali comparativi solidi e di un paradigma condiviso sulla plasticità delle
due popolazioni cellulari, non può costituire un argomento per la scelta a priori di un percorso di
ricerca basata solo sulle staminali adulte. Al contrario, questo stato di cose enfatizza la
necessità di ricerca aperta, che esplori la biologia e la plasticità di entrambi i tipi
cellulari e ne verifichi le potenzialità applicative. Ancora, non si capisce come un uso a scopo di
ricerca degli embrioni soprannumerari potrebbe alimentare un 'circuito vizioso di produzione e
distruzione' (Angelo Vescovi). C'è consenso sul fatto che gli embrioni già stoccati sono più che
sufficienti a coprire il fabbisogno di cellule per generare linee. Ancora e soprattutto, non
verrebbero generati embrioni a scopo di ricerca, ma usati embrioni generati in soprannumero nelle
pratiche di promozione della fertilità.
Non vi è dunque una giustificazione scientifica al no del governo italiano
al finanziamento da parte della Commissione Europea di ricerche su cellule ottenute da embrioni
sovrannumerari destinati alla distruzione. Si tratta di un no a priori, rappresentativo di una
scelta etica cattolica, non condivisa da altre denominazioni cristiane. Ritengo questo no a
priori inaccettabile come ricercatore e cittadino. Al centro di una scelta etica penso vi sia
l'Uomo, con il suo diritto-dovere di conoscere e di migliorarsi. Se è vero, come è vero, che per
gli embrioni in soprannumero creati dalla fecondazione artificiale l'alternativa è fra la
distruzione e la ricerca scientifica, il giudizio a priori negativo è inaccettabile. La
pretesa di imporre limiti alla ricerca scientifica, basati su giudizi etici a priori, non al
servizio del bene dell'Uomo, è inaccettabile. Rispettabilissima è la scelta di chi, sulla base di
convinzioni personali, religiose e/o etiche, ha deciso o decide di non fare ricerca in settori
quali lo studio di metodi anticoncezionali 'non naturali', la fecondazione in vitro, le cellule
staminali embrionali umane ecc. Inaccettabile è il proiettare queste regole sull'intera
comunità che fa ricerca, quando l'alternativa è fra la distruzione e il progresso delle
conoscenze. Si tratta di un 'no' (la conferma di una moratoria), che non può non richiamare
altri 'no' del passato, superati dalla dinamica del progresso scientifico e civile. Così come
nel passato si pretendeva sulla base di principi 'etici' che i cadaveri non venissero usati a scopo
di ricerca e didattica, ora si preferisce la distruzione degli embrioni soprannumerari al loro
utilizzo biomedico, in nome di una etica astratta, non condivisa, non al servizio della conoscenza
e del bene comune.
Alberto Mantovani
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