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Corriere della Sera


9/7/2003

C'è una statuetta, di marmo, ad Ankara in Turchia, nel museo della civilizzazione della Anatolia. È del VI millennio prima di Cristo, due gemelle siamesi. Nel 970 in Cappadocia fu fatto il primo intervento per separare due ragazzi, uniti per il bacino. Morirono, a distanza di tre giorni l'uno dall'altro a 30 anni. Anche Ladan e Laleh Bijani 29 anni, iraniane che erano unite per la testa sono morte oggi, dissanguate, ad un'ora e mezza di distanza l'una dall'altra. Ma si doveva proprio fare?

C'è polemica sul fatto che i medici consentano ai pazienti di correre questi rischi e qualche critico (ce ne sono sempre quando in medicina si fa qualcosa di nuovo) pensa che qualcuno possa prendere vantaggio dalla disperazione di qualcun altro. Cosa dire? Di stare ai fatti.

Le gemelle iraniane avevano voluto molto fortemente questo intervento, avevano consultato tanti chirurghi, nessuno era disponibile ad operarle. L'ultima volta nel 1996 un neurochirurgo tedesco, bravissimo, aveva detto no: troppi rischi. C'era in comune fra i due cervelli uniti lo scarico venoso principale. Loro Ladan e Laleh (colte, laureate in Legge, una pronta a fare l'avvocato, l'altra con la passione del giornalismo) lo sapevano ed hanno continuato a cercare. Che cosa più, ormai?

Qualcuno che quel rischio lo volesse correre e l'hanno trovato a Singapore: un neurochirurgo dell'Australia Keith Goh che ha messo insieme al Raffels Hospital un gruppo formidabile di neurochirurghi, chirurghi vascolari, chirurghi plastici) ed un centinaio di altri tecnici ad aiutarli ma non basta. Ha fatto venire il Direttore della Neurochiorurgia Pediatrica del Johns Hopkins di Baltimora Ben Carson, un'assoluta autorità. Goh e Carson non erano nuovi a lavorare insieme e non erano alla prima esperienza, avevano separato nel 2001 due neonati del Nepal anche loro uniti per la testa.

L'intervento era riuscito (i due bimbi ora stanno benino, hanno problemi, si capisce, ma vivono ciascuno la sua vita). Ladan e Laleh volevano vivere la loro vita, per quello che si sa avevano detto esplicitamente, qualche settimana prima dell'intervento 'Non vogliamo pensare a chi vivrà e a chi di noi invece dovesse morire' (sapevano anche perfettamente che una o entrambe avrebbero potuto svegliarsi con un danno permanente al cevello).

Paralizzate magari, ma finalmente libere ciascuna con la sua vita, con le sue idee, con la sua intelligenza, con il suo desiderio di affermarsi in campi diversi. E di questo probabilmente si deve solo prendere atto. Chi può dire se sia meglio una vita di sacrifici e di privazioni, ogni ora del giorno, tutti i giorni dell'anno, per sempre o non piuttosto rischiare, qualunque rischio per una vita diversa. E i medici? Anche qui stiamo ai fatti. Sono in assoluto (sul cervello) i più competenti al mondo, si sono preparati con uno scrupolo straordinario. L'intervento è stato lunghissimo, segno di grande attenzione ai minimi dettagli (erano in tanti, si davano il cambio).

Per loro è stata sul piano tecnico una grande sfida. Lo sapevano, e lo sapevano benissimo le sorelle Bijani. Una sfida che con queste premesse era giusto correre, che qualche volta in passato è riuscita, che fra qualche anno riuscirà sempre. Interventi sulla vena principale del cervello se hanno successo possono aprire frontiere straordinarie nella chirurgia dei tumori. La medicina va avanti anche così.

 

Giuseppe Remuzzi

9 luglio 2003

 

 
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