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Nuove strade per la ricerca scientifica
Il Sole 24 Ore
12/08/2003
Parlando con uomini politici, anche con responsabilità di governo, si ha l'impressione di essere di
fronte a persone che capiscono ed apprezzano l'importanza della ricerca scientifica, motore
indispensabile del progresso, dell'innovazione e quindi anche della economia di un Paese. Come mai
poi quando si ritrovano insieme nell'esercizio delle loro funzioni di fatto si dimenticano delle
loro convinzioni?
Non solo non promuovono iniziative per sostenere la ricerca, ma addirittura ormai da quasi
dieci anni tagliano sostanzialmente i bilanci, fatto tanto più negativo in quanto la ricerca con
l'andar degli anni diventa più complessa e quindi più costosa.
Probabilmente questa mancanza di attenzione ha numerose ragioni; anzitutto esiste forse un
problema culturale visto che la maggioranza dei membri del Parlamento è di derivazione
giuridico-letteraria ed ha quindi poca familiarità con il rapporto ricerca-innovazione; esiste un
aspetto elettorale perché molti degli altri "pretendenti" sono molto più numerosi o più vocali
mentre la comunità scientifica, ormai ridotta ai minimi termini, è per sua natura silenziosa; c'é
infine il problema che i ricercatori non possono promettere nulla in tempi brevi, il loro prodotto
si vede solo nei decenni mentre i politici hanno fretta di dimostrare i loro successi.
La mancanza di fondi non sembra un problema perché i soldi si trovano per molte altre
iniziative; è vero che l'economia in questo momento non tira, ma ci si può legittimamente chiedere
se ciò non dipenda dalla mancanza di innovazione . È anche giusto chiederci se molti interventi
governativi, dalla riduzione delle tasse all'incentivazione dell'occupazione, non siano nel lungo
termine dei "pannicelli caldi" se al tempo stesso non si pongono le basi per l'innovazione
attraverso la ricerca.
Di fatto la ricerca è ormai ridotta alla miseria, come è sostenuto anche da autorevoli
recenti interventi di vari esponenti industriali e dalle stesse dichiarazioni del nuovo
responsabile di Confindustria per la ricerca. Occorre sottolineare che se lo Stato latita, anche
l'industria non brilla nel promuovere la ricerca.
Siamo uno dei pochi Paesi in cui lo Stato spende "miseramente" di più (circa 0.6% del PIL)
rispetto ai privati (circa 0.4% del PIL) mentre questo rapporto risulta invertito ad esempio in
Inghilterra seppure con ben più alti stanziamenti. In realtà dovremmo vergognarci per la nostra
scarsa attenzione alla ricerca : siamo il sesto Paese industrializzato del mondo e non possiamo
continuare a vivere da parassiti senza contribuire secondo le nostre possibilità all'aumento delle
conoscenze scientifiche. Stiamo divenendo un Paese dove per tanti settori in primis il campo
biomedico, il nostro fondamentale ruolo è quello di essere degli agenti di commercio delle scoperte
altrui.
I ricercatori sono spesso spronati alla competizione, ma come si può competere avendo in
Italia 2,78 ricercatori per ogni mille lavoratori attivi quando la media Europea è di 5,36 e la
Francia a noi vicina ne ha 6,20 sempre per mille lavoratori? (Sole 24 Ore del 11.08.03). In tutte
le classifiche riguardanti spese, brevetti, ricercatori siamo sempre all'ultimo posto, anche se
spesso ci salva la Grecia ma non sempre come nel caso del numero di ricercatori.
Che fare? C'è bisogno di urgenti cambiamenti di tendenza; non possiamo aspettare qualche
briciola in più l'anno prima delle elezioni come è successo con il precedente governo: è necessario
fare qualcosa a partire dalla prossima finanziaria.
La proposta é forse ingenua, ma bisogna essere ottimisti. Anzitutto lo Stato deve trovare più
risorse magari ricorrendo ad una emissione straordinaria di BOT o CCT (per fortuna gli interessi
sono molto bassi e molto vicini al tasso di inflazione); la Confindustria deve fare in modo che i
suoi soci facciano un passo avanti nella spesa per la ricerca e non chieda solo detassazioni,
peraltro necessarie; infine si potrebbe fare un accordo con le Fondazioni Bancarie perché destinino
una quota delle loro elargizioni alla ricerca scientifica.
Queste risorse (Stato, Confindustria, Fondazioni Bancarie) potrebbero confluire in un fondo
comune, amministrato in modo indipendente, agile e meritocratico. Si dovrebbero scegliere solo
alcuni settori di ricerca in cui il Paese ha già delle capacità, magari integrandoli con le aree
prioritarie della Unione Europea. Nei settori prescelti si dovrebbe unire la ricerca alla
formazione di nuovi ricercatori perché il nostro problema è l'aumento dell'età media dei
ricercatori per mancanza di nuove leve.
Rimangono ancora due entità in aiuto alla ricerca. Le regioni che dovrebbero occuparsi
prevalentemente del sostegno agli enti scientifici operanti nel loro territorio ed al trasferimento
delle conoscenze verso le attività industriali. Le "charities", come l'AIRC, il Telethon, 30 Ore
per la Vita e molte altre meritorie fondazioni che si spera possano continuare la loro essenziale
attività di finanziamento della ricerca ricorrendo alla sensibilità, in costante aumento, del
pubblico.
Esistono, volendo, le condizioni per migliorare la ricerca nel nostro Paese, ma si deve agire
con urgenza. La ricerca scientifica non è un'opzione!
Silvio GARATTINI
Milano, 12 Agosto 2003
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