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Ogni giorno muoiono tre malati aspettando un trapianto
Corriere della Sera
18/5/2003
La prima volta è stato a Boston due giorni prima di Natale del 1954, Joseph Murray, dopo anni di
esperimenti sugli animali trapiantò ad un giovanotto di 24 anni il rene del suo gemello identico.
Fu fra lo scetticismo generale, come sempre in medicina se si fa qualcosa di nuovo. 'Joe, non
farti coinvolgere in questa storia dei trapianti - gli dicevano gli amici (giovani chirurghi) -
rovinerà la tua carriera'.
Furono pessimi profeti: a parte il premio Nobel che 'Joe' ebbe molti anni dopo, da quel primo
intervento al mondo sono stati fatti più di 550.000 trapianti di rene, 120.000 trapianti di fegato,
70.000 di cuore e decine di migliaia fra trapianti di polmone, di pancreas, e di rene e pancreas
insieme. Tutte persone che se no sarebbero morte o sarebbero sopravvissute con una macchina di
dialisi (che si fa per quattro ore al giorno, tre giorni alla settimana, quattro settimane al mese,
per dodici mesi all'anno).
Col trapianto è diverso. C'è un signore a Denver che ha fatto il trapianto di rene 41 anni
fa, uno a Parigi ha avuto un rene 35 anni fa: fanno una vita normale. Cose che succedono anche da
noi. A Milano, Verona, Bergamo, ci sono persone che hanno avuto il trapianto di rene più di 30 anni
fa, stanno benissimo.
Certo non è sempre così. In media un trapianto dura 10-12 anni, perché almeno un po' di
rigetto c'è quasi sempre, e i farmaci alla lunga fanno male. Presto avremo farmaci antirigetto un
po' meno tossici e fra qualche anno forse gli scienziati riusciranno a fare in modo che il
ricevente riconosca l'organo trapiantato come fosse proprio. Allora si farà a meno dei farmaci e il
trapianto sarà per sempre. Ma non ci sono abbastanza organi.
Ogni anno, si fanno in Italia quasi 3.000 trapianti, ma le persone in attesa sono più di
10.000 e potrebbero essere molte di più. La lista d'attesa si allunga di anno in anno. Anche i
trapiantati aumentano, ma molto meno. E così in lista d'attesa qualcuno muore (tre persone, in
Italia, ogni giorno). E trenta ammalati forse di più, ogni giorno, muoiono prima ancora di essere
in lista.
Il divario tra chi riesce ad avere un trapianto e chi aspetta, continua a crescere e qualcuno
è così disperato da chiedersi se il modo più semplice per avere un organo non sia quello di
andarselo a comperare. Da qualche parte (certamente non in Italia) succede, a dispetto di tutte le
leggi. Per tanti ammalati avere un trapianto è così importante, e per ciascuno di noi gli organi
dopo la morte sono così inutili che dovremmo davvero fare, tutti, ancora uno sforzo. Fino a pochi
anni fa eravamo fra gli ultimi in Europa per numero di donatori per milione di abitanti.
Oggi l'Italia è più avanti della Francia, dell'Inghilterra e della Germania, ma abbiamo
sempre la metà dei donatori della Spagna. E non è solo questione di consenso (la stragrande
maggioranza degli italiani è favorevole a lasciare i propri organi dopo la morte, tanto che in
qualche Regione i 'sì' superano l'80 per cento).
E non c'entra la legge, perché la legge è uguale dappertutto, ma l'Emilia Romagna ha tanti
donatori quanti la Spagna, il Piemonte e la Toscana un po' meno ma comunque tanti, Lombardia e
Veneto si salvano, ma in Campania, Sicilia e Calabria i donatori sono pochissimi. Grazie a un
nefrologo straordinario, Rafael Matesanz, la Spagna ha avuto negli ultimi dieci anni più donatori
che qualunque altro Paese al mondo e tutte le Regioni contribuiscono. Da noi no.
In Italia, in certe Regioni del Sud, gli organi anche volendo è difficile donarli perché per
donare gli organi non basta essere favorevoli, ci vuole l'Ospedale, e deve essere ben organizzato.
E non basta ancora, ci vogliono medici competenti e motivati e capaci di collaborare tra loro, e
poi abbastanza letti nelle rianimazioni. E soprattutto servono Direttori Generali svelti che
capiscano che ad assistere un cadavere l'Ospedale non ci guadagna, è vero, però tanti ammalati, che
se no morirebbero, tornano a vivere (a lavorare, a studiare, a divertirsi), e possono avere una
famiglia con dei bambini.
Giuseppe Remuzzi
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