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Ospedali da curare
Corriere della Sera
9/5/2003
L'idea che gli Ospedali debbano ridurre l' attività ha creato sconcerto e critiche. Fra gli addetti
ai lavori, certo, ma anche il grande pubblico fatica a capire cosa sta succedendo. Non c'è dubbio
che se la spesa è fuori controllo qualcosa bisogna fare. Ma in Lombardia le tasse sono state
aumentate, il ticket si paga già e allora non c'è altra via che ridurre le spese. Con che criterio?
Si potrebbe lanciare un'operazione-trasparenza. Intanto spiegando candidamente ai cittadini
che per quanti sforzi si faccia non si riuscirà mai a soddisfare le esigenze di tutti: la Regione
può farsi carico di certi interventi e non di altri. Però i criteri devono essere chiari,
rispondere davvero ai bisogni più importanti e applicarsi, senza eccezioni, al pubblico e al
privato. Certo, con flessibilità: il giorno che lo Stato darà più soldi alla Sanità – come
succede già in altri Paesi - si potrà fare di più.
L'Assessore dice che si devono ridimensionare (e perché non chiudere?) le strutture
inefficienti e valorizzare quelle che funzionano bene. È giusto. Ma intanto si chiede ai Direttori
degli Ospedali (a tutti, per quello che si capisce) di ridurre l'attività. Questo non va bene. La
strada è un'altra. Prima si stabilisce se un determinato intervento è appropriato (molti, ancora
oggi, non lo sono e non vanno rimborsati) e poi si valutano i risultati e li si compara alle
migliori casistiche (disponibili nella letteratura medica, per quasi tutte le malattie).
Fatto questo bisogna chiedersi quanti medici e quanti infermieri servono per ottenere certi
risultati. C'è già qualche registro regionale e altri se ne potrebbero istituire. L'analisi dei
dati già disponibili fa vedere che c'è in Lombardia una straordinaria disomogeneità fra provincia e
provincia e verosimilmente fra Ospedale e Ospedale.
Facciamo un esempio: per la dialisi c'è una provincia in Lombardia che ha un infermiere ogni
sette ammalati e un medico ogni trentanove, in altre province c'è un infermiere ogni quattro
ammalati e un medico ogni ventisei o addirittura un medico ogni diciotto ammalati. Si potrebbe
pensare che dove ci sono meno infermieri e meno medici gli ammalati siano curati peggio, ma i dati
del registro dimostrano che non è così.
È solo un esempio, ce ne sono tantissimi altri, basta cercarli. Insieme fanno dei
numeri, numeri che possono aiutare la Regione ad orientarsi con tagli (e sarebbe
trasparenza). In Lombardia ci sono ancora Ospedali grandi e piccoli che a pochi chilometri di
distanza offrono le stesse prestazioni e anche molto specializzate (qualcuno di questi centri è
stato aperto anche recentemente). Questi casi vanno individuati.
È a questo che bisogna porre rimedio prima di chiedere a Ospedali e Istituti di Ricerca
eccellenti di ridurre l'attività. Ma non basta che un Ospedale sia grande per essere
eccellente. Eccellenza è appropriatezza e qualità delle prestazioni: tutte cose che si
misurano.
E ancora, nessuno dice mai che i centri davvero eccellenti sono così perché hanno medici ed
infermieri colti e dedicati, che si sono quasi sempre formati all'estero, sono tornati, hanno fatto
scuola, entusiasmato i giovani, stabilito collaborazioni nei loro Ospedali e fuori (anche fuori
dall'Italia). Questo ha un valore inestimabile, è difficilissimo da creare, ci vuole niente a
distruggerlo. Non dare a queste persone tutto quello che gli serve per lavorare, per aprire strade
nuove e migliorare i risultati delle loro cure, è un delitto.
Giuseppe Remuzzi
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