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Un Patto Sulla Salute

Corriere della Sera


3/09/2003

Se davvero i primari cambiano camice (da solisti a manager, Corriere della Sera – 2 agosto) c'è da chiedersi quale è oggi il ruolo dei medici negli Ospedali e quali i rapporti fra dirigenti medici (oggi i primari si chiamano così) e direzione dell'azienda (o dell'impresa come sarebbe meglio dire).

Con una premessa: fra medici e società dovrebbe stabilirsi un contratto, non importa che sia scritto, fondato su competenza e integrità (del medico) e fatto di un articolo solo: che l'interesse dell'ammalato venga prima di quello del medico (o dell'infermiere, o del tecnico di laboratorio,  o di radiologia). E tenga conto del fatto che pubblico e ammalati dai medici vogliono soprattutto informazioni, sulle malattie e sulle vere possibilità di cura.

E sui progressi della scienza. Detto questo il 'cliente' ammalato è un cliente molto speciale: partecipa lui stesso (un po' come dal barbiere, è irriverente, ma rende l'idea) a generare il prodotto (la sua salute) di cui sarà il primo e il solo a beneficiare. 'Ci sono malati che vogliono soprattutto sapere e capire, chiedono ipotesi, spiegazioni, statistiche' dicono Cosmacini e Satolli in un bellissimo libro appena uscito (Lettera a un medico sulla cura degli uomini).

Allora la cura sarà davvero buona se le ipotesi erano giuste, le spiegazioni logiche, le statistiche convincenti. Così l'ammalato è artefice, un po',  del suo guarire. A dirlo sembra facile, ma ci vuole  tanto lavoro, impegno, dedizione. È una  sfida, la più importante per i 'nuovi' primari.

E devono creare un gruppo (non tanti medici in fila dietro un capo come succedeva una volta, ma tanti, bravi ciascuno in una cosa, e che vadano d'accordo e sappiano parlare con gli ammalati in modo coerente). Qualche volta ci si riesce e in qualche caso fortunato diventa addirittura un progetto di vita che può essere entusiasmante. Sempre, comunque vale la pena di provare: la causa è  di quelle nobili.

E il rapporto con la direzione dell'Ospedale? Dialogo, certo ma non basta. I dirigenti medici (non sempre e non solo primari) vanno coinvolti nei progetti dell'Ospedale che poi vuole dire uomini e tecnologie per aumentare la capacità di guarire le malattie e prevenire le complicanze. Si può pensare di farlo senza i medici?

Oggi, gli si chiede di contribuire a far quadrare il bilancio: lo faranno - anche a costo di sacrifici - se avranno preso parte col Direttore Generale a disegnare gli obiettivi dell'impresa Ospedale. Ma le nuove tecniche (come i nuovi farmaci) sono costose o costosissime e siccome i soldi sono sempre quelli, c'è da fare delle scelte, ogni giorno. Chi le fa? Non il Direttore Generale, non ha gli strumenti: si tratta di confrontarsi con una  straordinaria impalcatura di conoscenze, fatta dei progressi della biologia, che si traduce in letteratura medica (scritta in inglese).

Fra l'altro i progetti li realizzano i dottori  non i Direttori Generali  (che non parlano con gli ammalati, tanto per fare un esempio). Per questo non solo i primari ma tutti i medici che possono portare un contributo andrebbero coinvolti nell'impresa ('attività economica diretta alla produzione di beni o servizi'). Quei Direttori Generali abbastanza illuminati da averlo capito e abbastanza umili da metterlo in pratica daranno ai loro 'clienti' le migliori cure, senza nemmeno spendere troppo. E se poi in Lombardia  lo dovessero fare tutti,  i soldi che il Governo assegna alla Regione  per gli Ospedali - che sono pochi, certo - forse basterebbero.

 

Giuseppe Remuzzi
Mercoledì 3 settembre 2003

 

 
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