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Corriere della Sera


2/8/2004

'Trasformare la Lombardia in un distretto scientifico che possa fare concorrenza alle Università della California' (se ne è parlato a Milano al Museo della Scienza e della Tecnica nel corso di un convegno di due giorni, 'Stati generali della ricerca'). Il progetto prevede la firma di un accordo da 64 milioni di euro che vengono un po' dal Ministero dell'Università e un po' dalla Regione Lombardia.

È un'iniziativa importantissima e chi l'ha promossa (il Ministro Moratti ed il Presidente Formigoni), ha certamente grandi meriti. Ma da dove partiamo? Come si collocano le nostre Università rispetto a quelle della California? Basta dare uno sguardo alla classifica fatta (proprio come si fa per il tennis e per lo sci) dall'Istituto per l'educazione superiore di Shangai, che mette in fila tutte le Università del mondo.

Guardando ai Premi Nobel, a quanto si pubblica, a quanto sono citate queste pubblicazioni, a quanti articoli sono stati pubblicati sui giornali di maggior prestigio. Cosa viene fuori? Fra le prime cento Università del mondo di italiana ce n'è solo una, La Sapienza di Roma, sessantesima. Per trovare la seconda si arriva al 143° posto (Università di Milano), poi c'è l'Università di Firenze al 172°, quella di Padova (186°). Il Politecnico di Milano arriva dopo le prime 200, e ancora dopo ci sono le Università di Napoli e quella di Pisa.

Poco, pochissimo, se si pensa che fra le prime 100 ce ne sono tante di Svizzera, Germania, Danimarca, Svezia. Ma le Università europee (con la loro straordinaria tradizione) adesso sono in affanno. Serve una grande riforma, se no l'Europa sarà schiacciata fra gli Stati Uniti e le Università dell'Asia (dove avanzano nuove generazioni di politici e di scienziati più svelti e determinati dei nostri). 'Se ci penso sono terrificato' ha detto a Science il Rettore di Edinburgo.

Sapere quali sono i punti deboli e quali eventualmente i punti di forza di ciascuno dei Paesi d'Europa in campo scientifico, rispetto allo scenario internazionale,  è la base perché i Governi possano stabilire delle priorità e decidere dove vale più la pena di investire. Qualche giorno fa Nature (il lavoro è di David King, consigliere scientifico di Blair), ha messo in rapporto produzione scientifica e benessere.

Avanti sono certamente i Paesi del G8. Se ci limitiamo ai lavori più citati, gli USA contribuiscono per più del 60%. L'Italia, dei Paesi del G8, è l'ultima con meno del 4%. Belgio, Danimarca, Olanda, Finlandia e Svezia che insieme hanno la stessa popolazione dell'Italia, arrivano al 13% dei lavori più citati.

L'Italia è forte in fisica e matematica e va molto bene anche in medicina, ma solo per un certo verso. I nostri ricercatori, sono bravi in ricerca clinica. E c'era già sentore che fosse così. Da qualche anno, siamo al terzo o quarto posto dopo Stati Uniti, Canada ed Inghilterra per numero di lavori italiani sottoposti al giornale di medicina più importante del mondo, il New England Journal of Medicine.

Ma i nostri ricercatori sono deboli nelle scienze biomediche di base (riflette la carenza delle nostre Università di medicina). Ne abbiamo pochi di ricercatori, 3 per 1000 occupati contro il 9,5 del Giappone, gli 8 degli Stati Uniti ed i quasi 6 della media europea. I nostri (pochi) ricercatori però sono bravi, ciascuno, per pubblicazioni e numero di citazioni, fa meglio dei colleghi di Stati Uniti, Francia, Germania e Giappone.

C'è un campo della ricerca però dove l'Italia va malissimo, la ricerca privata industriale. E non c'è da meravigliarsi. La ricerca la fanno soprattutto nelle grandi imprese. Che da noi sono poche. Nella ricerca industriale facciamo infinitamente meno degli Stati Uniti (30 volte di meno) e siamo molto lontani dal Giappone, Francia, Germania, Stati Uniti, Inghilterra.

Se si volesse correre ai ripari e fare davvero qualcosa per la ricerca - che in definitiva vuol dire fare qualcosa per l'economia - gli elementi per decidere adesso ci sono. Fisica, matematica e ricerca clinica, i punti di forza del nostro sistema, andrebbero potenziate per competere con i migliori gruppi al mondo, almeno in qualche settore.

Bisogna anche formare nuove generazioni di ricercatori in scienze biomediche. Lo si potrebbe fare potenziando quei pochi gruppi forti che abbiamo (che sono nelle Università, qualche volta, ma ancora di più, in Istituti di ricerca pubblici e privati). Questi gruppi vanno incoraggiati a collaborare (in Europa rispetto agli Stati Uniti c'è sovrapposizione di temi di ricerca a scapito dell'originalità).

Integrare le competenze serve anche per impiegare al meglio le grandi apparecchiature. A questi ricercatori va chiesto di formare nei prossimi cinque anni almeno 30000 giovani e gli vanno dati i fondi per farlo. Però si deve uscire dalle logiche clientelari. Come? Si potrebbe istituire un'agenzia per la ricerca che sia davvero indipendente (lo stanno facendo in Russia che investe, in ricerca più dell'Italia, e sta avviando una grande riforma dell'Università). Ancora di più andrebbe fatto nella direzione della ricerca industriale, qui siamo davvero deboli.

Le possibili soluzioni passano però da una presa di coscienza da parte del Governo e delle Regioni del livello di competitività delle nostre Università e della nostra ricerca. Il momento dei convegni e delle buone intenzioni è finito.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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