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Attenti a quelle pillole
L'Espresso
29/07/2004
Dei farmaci che agiscono sulla mente esiste un abuso: questo è un dato ormai
dimostrato al di là di ogni dubbio, e ampiamente descritto. Così gli ansiolitici, le famose
benzodiazepine, vengono comprati spesso senza ricetta grazie alla compiacenza di alcuni farmacisti
e assunti anche per finalità diverse da quelle per le quali sono stati studiati come migliorare la
qualità del sonno, affrontare momenti impegnativi, controllare le cosiddette malattie
psicosomatiche, tranquillizzare gli anziani e così via.
Tutto ciò dimenticando che questi farmaci, come tutti gli altri, danno effetti collaterali
(sedazione, sonnolenza, debolezza muscolare) e, soprattutto, inducono una particolare forma di
dipendenza particolare: quando si smette il trattamento, infatti, si hanno disturbi peggiori di
quelli per cui si è assunto il farmaco.
Allo stesso modo, gli antidepressivi vengono utilizzati non solo per curare la depressione
vera e propria – una grave malattia che richiede una terapia – ma per alleviare stati depressivi
che dipendono dalle normali circostanze della vita quali la morte di una persona cara, una
malattia, una difficoltà economica, la perdita del lavoro. Circostanze che non richiederebbero una
terapia farmacologia ma, piuttosto, un aiuto psicologico e - ancor più fondamentale - il ricorso
alle proprie risorse interiori.
Negli ultimi anni l'abuso di psicofarmaci è aumentato ulteriormente in rapporto con la
disponibilità delle molecole di seconda generazione: gli antipsicotici atipici (olanzapina,
risperidone, quietapina) e gli inibitori selettivi della ricattura della serotonina (fluoxetina,
paroxetina, sertralina, citalopram) noti anche con il nome di Ssri, dotati di attività
antidepressiva. Un dato, su tutti, rende conto del fenomeno: secondo le cifre contenute nello
studio Arno (un progetto per il monitoraggio in tempo reale, on line, della prescrizione dei
farmaci nel nostro Paese) in Italia nel 2003 le vendite dei primi hanno toccato i 168 milioni di
euro, mentre quelle degli Ssri hanno superato i 14 milioni.
In genere con il termine di seconda generazione si intende un concetto migliorativo: più
efficace e meno tossico. O almeno questo è quello che hanno sempre recitato i proclami delle
campagne promozionali e pubblicitarie condotte con grande scaltrezza e dovizia di mezzi. (mezzi
resi disponibili dai considerevoli guadagni dovuti all'alto costo di questi prodotti rispetto ai
farmaci di prima generazione).
Ma è proprio vero? Le conoscenze più recenti gettano molti dubbi sulle ottimistiche
prospettive e sulla facilità con cui molti medici prescrivono questi farmaci. Innanzitutto mancano
studi clinici ben fatti che confrontino fra vecchi e nuovi farmaci con rigore scientifico (non ci
sono sperimentazioni attendibili).
È vero che i nuovi farmaci antipsicotici danno probabilmente meno effetti
collaterali (secchezza delle fauci, rallentamenti, tremori, eccetera) degli antipsicotici classici,
ma la propaganda non ha mai reso noto, con la stessa forza, che essi causano, per esempio, un
aumento di peso corporeo, con conseguente rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e
diabete: già dopo pochi anni dall'inizio della terapia, si è già in grado di stabilire un aumento
di intolleranza al glucosio e di propensione al diabete.
La propaganda, inoltre, ha anche convinto i medici che a causa della loro tollerabilità i
nuovi farmaci dovevano essere somministrati preferenzialmente rispetto ai classici antipsicotici,
soprattutto nei soggetti anziani (alcuni studi mostravano una migliore tollerabilità per quanto
riguarda il sistema extra-piramidale, cioè i fastidiosi movimenti involontari). Ebbene: ricerche
più recenti smentiscono tali indicazioni perché anziani con perdita di memoria accompagnata da
disturbi comportamentali trattati con gli antipsicotici atipici non solo non hanno benefici, ma
hanno un aumento degli ictus di ben tre volte e della mortalità di due volte rispetto a quelli che
non assumono farmaci. Le ditte produttrici sono state obbligate dalle autorità regolatorie a
informare i medici, ma l'informazione non è giunta a tutti gli interessati in modo capillare, anche
perché i mass-media non hanno dato alcun rilievo alla notizia.
Per quanto riguarda gli antidepressivi di seconda generazione, i popolari Ssri, ci sono
novità molto interessanti: contrariamente a quanto si è sempre affermato, in una percentuale
significativa di casi essi inducono una sintomatologia che può essere anche molto grave, quando il
trattamento viene interrotto.
Per queste molecole – forse un po' meno per la fluoxetina – la cessazione dell'assunzione
deve essere fatta con notevole gradualità per evitare crisi depressive che possono richiedere la
ripresa della terapia. Per tutti questi motivi bisogna usare gli Ssri solo quando è strettamente
necessario, evitando assunzioni inutili ma che potrebbero determinare conseguenze gravi. Concepito
come di fatto è oggi, l'uso di questi farmaci ha un rapporto tra benefici e rischi del tutto
negativo oltre a rappresentare una spesa non giustificabile per il Servizio Sanitario Nazionale.
Infine, ancora più grave è quanto si è scoperto nell'impiego di questi prodotti per i
bambini e gli adolescenti che mostrano episodi depressivi. Nonostante i dubbi che dovrebbero sempre
accompagnare la prescrizione di psicofarmaci nei bambini in fase di sviluppo, le ricette sono
numerose e in crescita. Questi trattamenti sono adottati perché studi clinici controllati degli
scorsi anni hanno mostrato un beneficio. Il quale, però, è sempre stato assai modesto. Inoltre
negli ultimi mesi si è scoperto che venivano pubblicati solo gli studi positivi, mentre quelli con
esito negativo non erano resi noti perché, per esempio, come riportato in un memorandum della ditta
produttrice della paroxetina, 'avrebbero peggiorato il profilo del farmaco'.
Al contrario, se si sommano gli studi pubblicati con quelli non pubblicati si ottengono
risultati che mostrano non solo l'inefficacia di questi farmaci nei bambini, ma addirittura un
peggioramento per quanto riguarda la tendenza al suicidio. Ciò vale per paroxetina, sertralina,
citalopram e venlafaxina. La mancata pubblicazione dei dati negativi – una pratica purtroppo non
rara in campo farmaceutico – configura gravi responsabilità, perché va a minare la fiducia dei
medici e dei pazienti contribuendo a dare un'idea dell'efficacia e della tossicità dei farmaci che
non corrisponde alla realtà.
Silvio Garattini
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