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Basta aziende. E facciamo una costituente
Il Sole 24 Ore Sanità
13-19/7/2004
Si è riaccesa la protesta dei medici per il mancato rinnovo del contratto nazionale che tuttavia
non sembra essere il principale obiettivo degli scioperi.
Esiste infatti uno stato di scontento e di disagio nei confronti di un Servizio Sanitario
Nazionale che si sta trasformando in direzioni ancora poco chiare e determinate.
Si sovrappongono interessi pubblici e privati, le esigenze di un servizio che vuole essere
universale con le limitazioni delle risorse disponibili, la presenza di sprechi e l'esistenza di
una corruzione che pur essendo assolutamente minoritaria disorienta il pubblico e lo rende
diffidente nei confronti di un Servizio che ha innegabili pregi e competenze.
Dopo un quarto di secolo dalla legge 833, una legge di grande civiltà che offre un servizio
sanitario per tutta la popolazione indipendentemente dal suo reddito, può essere giunto il momento
di porre un po' d'ordine fra le numerose leggi, leggine e decreti che si sono susseguiti nel corso
degli anni.
Da questo punto di vista potrebbe essere utile organizzare una specie di 'costituente' per
rivedere tutto il sistema con l'aiuto dei cittadini, delle forze sociali, degli esperti e
soprattutto di un gruppo di saggi che al di sopra delle parti, possa trarre delle direttive
attraverso cui rivedere e ristrutturare il sistema. Ciò eviterebbe una serie di affrettate e
continue modifiche che cercano in modo spesso disordinato di porre rimedio a problemi contingenti
senza pensare al medio-lungo termine.
Nel frattempo vi sono alcune considerazioni – peraltro in parte espresse in un manifesto
firmato da vari operatori sanitari fra cui il sottoscritto – che forse possono essere d'aiuto a
rendere la contrattazione fra medici e Stato un po' meno mercantile e un po' più vicina
all'interesse degli ammalati.
Anzitutto si dovrebbe cancellare una volta per sempre il concetto di Azienda. Questo concetto
che poteva avere una sua giustificazione nel richiamare la necessità che nel servizio pubblico
entrassero le caratteristiche dell'agilità e della flessibilità tipiche dell'attività privata, è
andato via via degenerando in modo inaccettabile per un'attività che ha come obiettivo il
mantenimento della salute.
Anziché semplificare le procedure è aumentata negli ospedali, ma anche nelle attività sul
territorio, una burocrazia che paralizza ogni iniziativa.
Anziché ricorrere ad una razionalizzazione dei servizi e ad un impiego intelligente delle
risorse, si sono coperti gli sprechi gravando sui pazienti attraverso una serie di tickets spesso
pesanti con forti discrepanze fra le varie Regioni.
Ciò che disturba di più i cittadini è la introduzione della cosiddetta attività 'intramoenia'
. In pratica per i medici che scelgono il tempo pieno e si impegnano a non lavorare in altre
strutture private, si è concessa la possibilità di avere una pratica privata all'interno delle
strutture ospedaliere. La cosa sarebbe insignificante se la volontà di ricorrere ad una visita
privata fosse una libera scelta del cittadino. In realtà, pur con le dovute eccezioni, oggi questa
sta diventando una scelta obbligata, perché l'ammalato si trova di fronte ad una alternativa
inaccettabile: se vuole avere una prestazione deve mettersi in lista d'attesa oppure mettersi nel
gruppo di coloro che pagano per non entrare nella suddetta lista d'attesa. Ciò vale ormai quasi per
tutto: interventi chirurgici, esami diagnostici, visite, riabilitazione.
Così con gli stessi operatori sanitari, le stesse strutture e le stesse apparecchiature si
crea una reale discriminazione fra chi può pagare e chi ha mezzi limitati, in forte contrasto con
le finalità della legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. E' lecito il sospetto che le
liste d'attesa si possano allungare proprio per avere più entrate attraverso l'attività privata
all'interno della struttura pubblica.
È ora che questo 'commercio' abbia fine se non si vuol perdere la fiducia, ancora solida, dei
cittadini nei confronti dei medici. La prospettata possibilità di eliminare l'esclusività del
rapporto dei medici con il Servizio Sanitario Nazionale non potrà che aggravare la situazione
perché si creerà una competizione fra attività 'intramoenia' e attività a favore di strutture
private.
È tempo invece di ridefinire il ruolo del medico all'interno delle strutture ospedaliere: chi
vuole rimanere nell'ospedale dovrebbe rinunciare a qualsiasi altra attività che sia in competizione
con gli interessi dell'Ospedale stesso; in nessun altro campo un dirigente lavora
contemporaneamente per due industrie in competizione fra di loro. Se si devono adeguare gli
stipendi per questa esclusività il problema non è così complicato.
Intanto un vero tempo pieno diminuirebbe considerevolmente il numero dei medici mentre molte
altre risorse si potrebbero reperire, proprio per la continua presenza del medico, da una migliore
organizzazione e dall'impiego di mezzi diagnostici, terapeutici e riabilitativi che abbiano una
solida base scientifica e non siano il risultato di lobby, mode e propaganda.
Silvio Garattini
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