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Capire le parole del dottore
Corriere della Sera
26/7/2004
Il bravo medico? Quello che sa coinvolgere gli ammalati, sa dargli sempre o quasi sempre il
consiglio giusto ed insieme sa essere discreto. A parole sono tutti d'accordo, in pratica non
succede quasi mai. Ci sono ancora purtroppo tanti dottori che vedono nell'ammalato una controparte,
uno che deve stare zitto, fare gli esami quando gli viene detto, prendere le medicine quando le
deve prendere. Altri, il tentativo di allearsi con gli ammalati lo fanno, ma solo 'se e quando c'è
tempo'.
Coinvolgere gli ammalati è un'arte necessaria alla quale ci si deve esercitare. Un po' perché
lo chiedono loro. Un po' perché semplifica tutto, specie per le malattie gravi, quando si devono
prendere decisioni difficili, quando ci sono varie alternative (senza che si sappia, davvero, qual'
è quella giusta). Un po' perché il medico deve consigliare, e suggerisce, e fa presente le varie
possibilità, ma è l'ammalato a scegliere (bisogna solo essere certi che abbia tutti gli elementi
per farlo).
Ma serve un linguaggio comune. Gli ammalati dovrebbero – perché no? - poter accedere ai
risultati della ricerca clinica: li aiuterebbe a capire che evidenza scientifica c'è per scegliere
un trattamento piuttosto che un altro. Sarebbe bello poter spiegare ai genitori di un bambino che
ha cominciato a manifestare segni di autismo, dopo aver fatto la vaccinazione per il morbillo, che
è difficile mettere in rapporto quello che è successo al bambino con la vaccinazione. (Tutti i
bambini vengono vaccinati, e il fatto che succeda qualcosa settimane o mesi dopo il vaccino, non
vuol dire che ci sia un rapporto di causa ed effetto).
Leggere un articolo scientifico è un'esperienza culturale emozionante come leggere Dante o
Carducci o vedere per la prima volta una Madonna di Duccio. Ma di nuovo, il linguaggio dei medici
può essere un ostacolo insormontabile. Qui l'enciclopedia aiuta. 'Astenopia' (è solo debolezza o
facile affaticamento degli occhi), 'dislogia' (è la compromissione della capacità di ragionare
dovuta a disturbi mentali), 'polimorfonucleati' (sono i globuli bianchi, quelli che ci proteggono
dalle infezioni).
Il fascino dell'enciclopedia resta immutato nonostante internet e i tanti motori di ricerca.
Perché c'è tutto, ed è facilissima da consultare. Il computer puoi non averlo a portata di mano
quando ti serve. Quando vuoi sapere cos'è la 'poliglobulia' (e perché viene, e come si cura). E lo
vuoi sapere subito, perché scritto così, con una calligrafia poco chiara, insieme ad un esame di
laboratorio con dei valori più alti del range di normalità, mette ansia. E poi il computer lo devi
accendere, non tutti ci riescono al primo colpo, certe volte si inceppa. Per arrivare a
'poliglobulia' ( è solo l'aumento del numero dei globuli rossi) puoi tenerci un'ora.
Sono sempre di più gli ammalati che arrivano al medico dopo aver letto in internet tutto
quello che c'è da leggere sulla loro malattia, aver visto quali sono i centri migliori, i medici
più preparati, le terapie più moderne. L'enciclopedia però viene prima. Chi scrive di medicina e
malattie dà per scontata la conoscenza dei termini, dei modi di dire, delle origini delle parole.
'Vaso', dicono i medici con grande facilità. Ma non serve per metterci i fiori, è quello in cui
scorre il sangue. Un'arteria (vaso arterioso) o una vena (vaso venoso). Dà sicurezza,
l'enciclopedia.
C'è tutto, anche troppo. E verrebbe la tentazione di non sentirlo neanche più il dottore. Di
fare da soli, tutte le volte che serve 'tanto c'è l'enciclopedia'. Questo può essere un
errore. Consultiamo l'enciclopedia e navighiamo in internet, ma non per fare a meno del dottore
(tranne che per le piccole cose), ma per sapere abbastanza da poterci dialogare, senza partire da
un' altra posizione di inferiorità, (che si aggiunge, se no, a quella di essere malati).
Giuseppe Remuzzi
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