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Curare gli ipocondriaci? Meglio rieducare i medici
Corriere della Sera
7/4/2004
Si sta male (certe volte malissimo) anche se qualcuno ci ride sopra. Il bello –
o il brutto – è che non si è ammalati. O forse sì. È 'quell'agente patogeno, mille volte più
virulento di tutti i microbi: l'idea di essere malati' del racconto di Marcel Proust (I Guermantes:
Alla ricerca del tempo perduto).
Ne soffre Woody Allen, ma ne hanno sofferto prima di lui Darwin, lo stesso Proust e milioni
di uomini fin dall'antichità. I greci, 2500 anni fa, l'hanno chiamata ipocondria (ancora oggi i
medici chiamano così i malati immaginari). Ipocondria perché c'è tante volte un senso di sconforto
digestivo e malinconia che i greci antichi attribuivano alla milza. Su venti persone che vanno dal
medico, almeno uno soffre di ipocondria.
Intendiamoci, chiunque di noi ogni tanto ha dei disturbi che non si spiegano bene, e magari
pensa che possa essere qualcosa di grave, ma l'ipocondria, quella vera, è pensare di essere
ammalati, sempre, cercare continuamente dei medici, voler continuamente fare esami. Di tutti i
soldi che si spendono per la salute, poco meno del 20% se ne va per i malati immaginari. Sono
quelli che se hanno un livido, pensano di avere una leucemia. Se hanno il mal di testa pensano di
avere un tumore al cervello (e questo fa peggiorare il mal di testa).
A furia di pensare sempre e solo alle malattie, qualcuno arriva a non avere più una vita
sociale, a non dormire più. E questo immiserisce anche la vita di chi gli sta vicino. Curare gli
ipocondriaci è difficile. Ci si sente frustrati, non si sa più cosa fare, tanto più che una cura
vera non c'è, non c'è mai stata, e di quel poco che si è fatto finora nessuno è mai riuscito a
dimostrare l'efficacia in studi controllati. Ma adesso, forse, c'è una svolta.
Un lavoro, pubblicato proprio in questi giorni sul JAMA (il giornale dell'associazione dei
medici americani), potrebbe dare agli ipocondriaci una speranza. Di guarire? Qualche volta, o
comunque, almeno, di poter stare meglio. Lo studio è stato fatto a Boston dal dottor Barsky
dell'Ospedale Brigham. 102 persone si sono sottoposte ad una psicoterapia cognitiva (fatta per
capire le ragioni di un certo comportamento). 80 persone invece sono state curate come si fa di
solito (buon senso, e qualche farmaco senza sapere se servirà davvero).
Si è visto che più del 50% dei pazienti curati con la psicoterapia migliorava e quasi sempre
tornava ad avere qualche forma di vita sociale. Per la verità, anche qualcuno di quelli curati con
le solite cure migliorava, ma erano molto meno. L'ipocondria colpisce uomini e donne allo stesso
modo: ma gli introversi, chi è troppo critico con se stesso, i narcisisti, sono ancora più
vulnerabili. Anche quelli che soffrono di ansia e depressione tante volte diventano ipocondriaci.
In questo caso servono i farmaci: quelli che agiscono sulla serotonina, certi antidepressivi, le
benzodiazepine.
Per anni i medici hanno cercato di aiutare i malati immaginari spiegandogli candidamente che
i loro disturbi non corrispondevano a nessuna malattia, dovevano far finta che non ci fossero. Non
funziona. Se uno i disturbi li sente, per lui ci sono, proprio come se fosse ammalato. La cura dei
ricercatori di Boston invece prevede che psicologi ed infermieri sappiano convincere gli
ipocondriaci ad abbandonare piano piano le loro fissazioni (attaccarsi ad internet per trovare
sempre nuove informazioni sui loro malanni, cercare sempre nuovi medici). Ma non basta, a detta dei
ricercatori di Boston, per aiutare sul serio gli ipocondriaci bisogna educare i loro medici.
I malati immaginari vanno visti, certo, ad intervalli regolari, ma non gli si deve dare un
appuntamento tutte le volte che lo chiedono e nemmeno prescrivergli troppi esami e troppi farmaci.
Quella del dottor Barsky e dei suoi collaboratori non sarà la soluzione di tutti i problemi dei
malati immaginari, e si è già visto che non sempre gli ipocondriaci - specialmente quelli che
soffrono di forme davvero gravi - si avvantaggiano della sua cura. Ci sarà sempre qualcuno ha detto
Barsky in un'intervista rilasciata qualche giorno fa al New York Times che mi verrà a dire 'ho
proprio bisogno di trovare un medico che mi faccia una biopsia del fegato'.
Queste persone, ahimè, non guariranno mai, ma possono essere aiutate: in fondo il terrore di
essere ammalato non ha impedito a Charles Darwin di formulare una teoria che ha cambiato dalle
fondamenta le nostre idee sulla natura e sullo sviluppo della vita.
Giuseppe Remuzzi
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