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L'efficacia dei farmaci

Corriere della Sera, Lombardia


21/5/2004

C'è un libro (bellissimo) di Daniel Callahan 'What price better health?' sarebbe 'Star bene, ma a che prezzo?'. È un po' quello che sta succedendo in questi giorni, con i farmaci. E non solo in Lombardia, ma dappertutto. L'anno scorso il mondo ha speso di farmaci 317 miliardi di dollari. Nei paesi industrializzati la gente prende così tanti farmaci che ci si comincia a preoccupare dell'effetto sull'ambiente.

I farmaci vanno nel sangue e vengono eliminati con le urine. Così finiscono nell'acqua. Nel '54 il profitto della Johnson and Johnson era 204 milioni, oggi sono 36 miliardi (di dollari, all'anno). E la Merck Sharp and Dohme nel '54 vendeva per 1.5 milioni, nel 2002 sono stati 52 miliardi (di dollari). Ma nonostante qualche scoperta straordinaria, i farmaci davvero innovativi negli ultimi anni sono stati relativamente pochi: la ciclosporina (che ha cambiato la storia del trapianto), certi farmaci per diminuire le secrezioni acide dello stomaco (che hanno praticamente eliminato la chirurgia dell'ulcera), almeno tre farmaci per la pressione alta. E poi i farmaci per il colesterolo.

Ci sono anche molecole nuovissime: certi antinfiammatori, per esempio. E i farmaci per l'AIDS, e contro altri virus. Per i tumori c'è molto meno, anche se si cominciano ad intravedere delle novità. Cosa fare per limitare una spesa che se no minaccia di mettere in crisi il sistema sanitario pubblico? Una delle cose che si possono fare - ed in Lombardia è stato fatto - è far partecipare i cittadini alla spesa. È un peccato perché i farmaci li prescrivono i medici e per risparmiare basterebbe dare solo quello che serve davvero. Ma i medici, anche loro, sono sottoposti a pressioni, che vengono anche dagli ammalati.

Tutti vorrebbero l'ultimo ritrovato, con l'idea che nuovo è bello. Un'altra cosa che si può fare è avviare davvero il mercato dei generici, che costano meno dei farmaci di marca, ma che oggi rappresentano solo una piccola parte della spesa. Andrebbe fatto ogni sforzo per aiutare il pubblico a capire che non c'è alcuna differenza in termini di efficacia tra il generico ed il farmaco di marca che contiene lo stesso principio attivo. Ancora più importante forse è che ci sia per i farmaci abbastanza ricerca pubblica indipendente.

Dieci anni fa l'80% degli studi clinici che si facevano in tutto il mondo erano 'accademici' fatti cioè da ricercatori che operano in Istituti di ricerca o Università, oggi non si arriva nemmeno al 30%. Gli altri sono fatti dall'industria. Ma dal momento che portare un farmaco dalla sintesi al banco del farmacista costa moltissimo, se uno studio è fatto tutto dall'industria sarà sempre presentato in modo favorevole al farmaco nuovo, (quello vecchio intanto va fuori brevetto, e all'industria non interessa più).

C'era in questi giorni a Boston il congresso della società americana dei trapianti. La stampa laica ne ha parlato molto. S''è scritto (in riferimento a due farmaci di una grande multinazionale) 'per i trapianti ci sono due grosse novità'. Vero? Non tanto: uno è un farmaco uguale ad un altro che c'è già, molto interessante come meccanismo d'azione ma per il rigetto è solo un piccolo passo avanti. L'altro è la copia di uno in commercio. Ogni confezione costa 198 euro. Che però sia meglio di un vecchio farmaco che si è cominciato ad usare 50 anni fa, all'epoca dei primi trapianti e che costa 15 volte di meno nessuno l'ha ancora dimostrato.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 21 maggio 2012 21.02.26 CEST