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l Sole 24 Ore


18/9/2004

Ferve la discussione sulla necessità di potenziare la ricerca scientifica in Italia per alimentare, nel lungo termine, l'innovazione e lo sviluppo di prodotti ad alto valore aggiunto, unica opportunità per mantenere un ruolo nei paesi industrializzati a fronte della competizione da parte dei paesi emergenti.
La discussione è focalizzata in modo predominante sull'insufficienza delle risorse (1% del PIL a fronte del 2% della media dei 15 paesi europei) dovuto in gran parte allo scarso contributo apportato dalla ricerca privata determinato probabilmente dalla mancanza di grandi imprese.

Il numero dei ricercatori è troppo basso (2,7 per 1000 lavoratori a fronte di 5,1 della media dell'Europa dei 15) e molto basso è anche il numero dei giovani studiosi stranieri che vengono in Italia (1,4% dei ricercatori rispetto al 15% del Regno Unito). Con queste premesse non è sorprendente che l'Italia figuri come il fanalino di coda per una serie di parametri fra cui è molto significativo quello della esportazione ad alto contenuto tecnologico rispetto al totale delle esportazioni: 8,5% rispetto al 19,8% della media dei 15 paesi europei.

Tuttavia di fronte a tanti parametri negativi è poco conosciuto un aspetto positivo della ricerca italiana. Se si analizzano le pubblicazioni e le citazioni delle pubblicazioni più citate (il primo percentile) i ricercatori italiani sono in buona posizione.
Infatti tali parametri rapportati al singolo ricercatore determinano la terza posizione dell'Italia dopo Regno Unito e Canada. In altre parole il contributo totale dell'Italia è globalmente scarso perché abbiamo pochi ricercatori, ma la produttività di una parte dei ricercatori è buona. La migliore performance è data dai matematici e dai fisici seguiti a ruota – inaspettatamente – dai ricercatori clinici mentre seguono a varie distanze i ricercatori pre-clinici, i biologi ed i ricercatori dell'ambiente.

Varrebbe quindi la pena di finanziare preferenzialmente una parte dei ricercatori italiani, quelli che riescono a raggiungere buoni livelli. Anche questi ricercatori sono tuttavia a rischio perché il nostro finanziamento pubblico non solo è scarso, ma è assolutamente imprevedibile. Ad esempio in base al Piano Nazionale di Ricerca del MIUR approvato dal CIPE nel 2002 erano previsti investimenti aggiuntivi di 1495 e 2555 milioni di euro rispettivamente per il 2003 ed il 2004 con un considerevole aumento dell'occupazione. In realtà si è trattato di numeri che sono rimasti sulla carta. Il FIRB (Fondo per la ricerca di base) in campo biomedico era di 350 milioni di euro per il triennio 2001-2003, nel 2004 è divenuto di 89 milioni di euro. Tuttavia il FIRB 2001-2003 ha proceduto con tempi molto lenti; basti ricordare che la presentazione delle domande è stata fissata al 15 ottobre 2001, l'istruttoria è terminata un anno dopo e gli anticipi sono arrivati a metà del 2003. In questo modo i fondi che dovevano servire per il triennio 2001-2003 sono ancora per più del 50% nelle casse dello Stato al settembre del 2004. E’ chiaro che con questi ritardi è impossibile programmare il bilancio di qualsiasi istituzione.

Un'affermazione fatta frequentemente dai politici è che in fondo lo Stato non spende molto meno degli altri Paesi europei, essendo la differenza più importante determinata dalla carenza della spesa privata. In realtà non è così perché piccole differenze rispetto al PIL comportano somme importanti: ad esempio se l'Italia spendesse come la Francia, danaro pubblico per la ricerca pari allo 0.83% del PIL, i ricercatori italiani avrebbero a disposizione la non trascurabile cifra di 2.8 miliardi di euro in più.

Va anche ricordato che lo Stato non tiene conto dei ritorni che ottiene spendendo soldi per la ricerca. Ad esempio si può calcolare che un contratto di ricerca di 50.000 euro essendo comprensivo di IVA determina un ritorno allo Stato di almeno 8.000 euro per tasse sui compensi al personale e  per IVA indetraibile. Non si deve dimenticare che lo Stato tassa le borse di studio come qualsiasi salario, ignorando il fatto che si tratta di un sostegno alla formazione e che la maggioranza delle borse di studio deriva da forme di liberalità privata. Inoltre, se si valuta il bilancio complessivo di un ente di ricerca, è possibile che i contributi dello Stato si traducano in un guadagno per lo Stato.

Il bilancio del 2003 dell'Istituto Mario Negri di Milano mostra che a fronte di contratti e contributi ricevuti dalle varie amministrazioni pubbliche per 2.864.164 euro sono stati versati allo Stato sotto forma di imposte (IRPEF, IRPEG, IRAP, IVA, ecc.) complessivamente 3.158.036 euro. Sostenere anche solo una parte del bilancio di un ente di ricerca può divenire un affare per lo Stato! Se mettiamo insieme tutti questi dati appare chiaro che la spesa per la ricerca sostenuta dallo Stato non è quella dichiarata nei documenti ufficiali: di fatto è molto inferiore.

Silvio Garattini

 

 
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