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Corriere della Sera


25/10/2004

La nostra salute dipende e dipenderà sempre di più da quanto i nostri medici sono capaci ed informati. Ma in medicina le conoscenze cambiano, e così bisogna studiare, sempre. Una volta qualcuno lo faceva, qualcuno no.

Oggi in Italia, come dappertutto, aggiornarsi è un obbligo. Si chiama educazione medica continua, ed è fatta soprattutto di convegni e seminari.

Medici e infermieri sono tenuti a raggiungere un certo punteggio (crediti formativi). Nel 2004 si deve arrivare a 30 punti, nel 2005 a 40, nel 2006 a 50. In cinque anni si devono collezionare 150 punti, almeno. Un certo convegno rende, mettiamo, 2 punti, un altro 5.

Chi lo stabilisce? C'è una commissione nazionale, che decide anche chi è autorizzato a fare formazione (li chiamano «provider»), e chi no. Questo a dire il vero ha scontentato molti.

I medici, ma anche gli ordini professionali, le società scientifiche, i presidi di medicina e perfino l'industria. Anche perché la formazione è diventata occasione di affari (la legge è molto chiara nell'escludere l'industria dalla possibilità di attribuire crediti formativi. Ma è bastato fare la legge perché qualcuno trovasse l'inganno).

E poi, convegni e seminari servono davvero a migliorare la cura degli ammalati? Non sempre, tanto più che non c'è nessun criterio per valutare quanto, di quello che i medici sentono ai convegni, gli servirà a curare meglio gli ammalati. Ma alla commissione non importa.

Quello che importa, ogni anno, è che si raggiunga un certo punteggio. Tanti punti un premio finale. E l'anno dopo si ricomincia. E se uno fa ricerca, non è formazione continua? No, servono i punti. E se uno insegna? E se un chirurgo va all'estero ad imparare una tecnica? Niente.

Gli infermieri, poi, di punti ne devono collezionare moltissimi. Più lavorano in un ambiente qualificato, più l'ossessione dei punti li distoglie dai loro progetti - che sono la migliore occasione di formazione - e crea disagi agli ammalati.

È così in tutta Italia. Ma la Lombardia non ci sta. Facciamo in modo - dice, in sostanza, la proposta di legge della Regione - che medici e infermieri si possano dedicare a quello che serve davvero agli ammalati, con o senza punti.

Formazione è leggere la letteratura scientifica, più ancora che andare ai congressi. È avere messo su una buona organizzazione. È partecipare a progetti di ricerca. È scrivere lavori scientifici.

L'esigenza di essere aggiornato uno ce la deve avere dentro, se non ce l'ha provare a dargliela per legge è fatica sprecata. Se dei medici di famiglia stabiliscono comportamenti condivisi per prevenire le malattie cardiovascolari, è formazione.

Negli Ospedali le riunioni di reparto sono formazione. Così la Regione sottrae l'educazione dei medici e degli infermieri alla burocrazia, e ne fa l'occasione per migliorare le cure e incentivare la ricerca. Tutto il contrario di quanto sta facendo la commissione nazionale. Ma la forza delle buone idee alla fine prevale.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 21 maggio 2012 21.07.52 CEST