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Un grande ospedale e attorno i 'filtri'
L'Eco di Bergamo
27/12/2003
Un lucido e coraggioso articolo di Alberto Ceresoli di lunedì 22 dicembre pone il problema della
rete ospedaliera della provincia di Bergamo per rilevarne le contraddizioni e per suggerire
possibili soluzioni. Poiché il problema non è solo bergamasco, ma estensibile a tutta la Lombardia
e con qualche eccezione all'intero Paese, val la pena di fare qualche riflessione.
A partire dagli anni '50 la crescita della sanità si è polarizzata intorno alle strutture
ospedaliere senza una adeguata programmazione. Ospedali sono sorti o sono stati ristrutturati senza
una corrispondenza ai bacini d'utenza; in altre parole sono state spesso privilegiate logiche
politico-elettorali piuttosto che l' interesse degli ammalati.
Ci troviamo perciò con una rete ospedaliera che dovrebbe essere completamente rivista allo
scopo di realizzare attorno ad un ospedale di grandi dimensioni (ad esempio 800-1000 letti) una
serie di ospedali che abbiano essenzialmente una funzione di filtro: raccolgano cioè la patologia
che può essere affrontata con una struttura tecnologicamente modesta e stabiliscano quali pazienti
debbano essere invece sottoposti alla struttura centralizzata tecnologicamente avanzata.
Questa impostazione determina la necessità di non moltiplicare reparti con alta
specializzazione, quali ad esempio una neurochirurgia o una cardiochirurgia, in modo da concentrare
le risorse disponibili. La concentrazione della patologia più grave e perciò spesso rara, in poche
strutture, si impone anche in considerazione del fatto che i risultati delle terapie mediche o
chirurgiche dipendano essenzialmente dalla frequenza della loro applicazione.
Realizzare molti interventi in un unico centro può recare infatti un maggior vantaggio ai
singoli pazienti rispetto a quanto ne recherebbe loro una pratica saltuaria in molti centri. È
chiaro che anche ospedali piccoli possano avere qualche area di specializzazione, ma ciò dovrebbe
avvenire nell'ambito di una precisa programmazione. La programmazione non deve occuparsi ovviamente
solo delle strutture pubbliche, ma deve includere anche le cliniche o gli ospedali privati, visto
che questi ultimi sono privati, ma vivono essenzialmente attraverso gli accordi con il Servizio
Sanitario Nazionale.
Non dovrebbero essere finanziate altre specializzazioni che competono con strutture pubbliche
già esistenti ed efficienti perché anche in questo caso si realizzano doppioni che inevitabilmente
rischiano di far aumentare la spesa attraverso una dilatazione ai consumi non sempre strettamente
necessari.
Fin qui la teoria e le giuste aspirazioni teoriche. Di fatto tuttavia risulta molto difficile
attuare una revisione delle attuali strutture ospedaliere perché al solo accenno si scatenano forme
campanilistiche di protesta. Si invocano i diritti degli ammalati e la necessità di non dover
effettuare lunghi percorsi per ottenere il diritto ad essere curati.
In realtà la situazione è di natura diversa perché nessun Comune accetta l'idea di perdere
una importante sorgente di occupazione e di danaro. Un ospedale si può rimuovere solo effettuando
un cambio con altri tipi di attività. In questo senso deve essere sottolineata la grande necessità
di provvedere per tempo ai problemi che derivano dal costante aumento della popolazione anziana.
Esistono quindi possibilità di trasformare piccoli Ospedali in residenze più o meno medicalizzate
per pazienti cronici ed anziani che non trovano aiuto in famiglia.
È anche possibile realizzare ambulatori o centri da cui far partire il coordinamento per
l'assistenza domiciliare ottenendo considerevoli risparmi rispetto ai costi ospedalieri. È vero che
le trasformazioni richiedono investimenti, ma è altrettanto vero che nel medio termine questi
investimenti possano venire ampiamente ripagati dai risparmi, ma soprattutto da una maggiore
efficienza. Si lamenta anche il fatto che le strade sono oggi intasate non permettendo rapidi
spostamenti: si può rispondere che è meglio spendere per costruire autostrade o per gestire
elicotteri piuttosto che per strutture ospedaliere che rappresentano uno spreco di danaro pubblico.
È augurabile che i politici si assumano la responsabilità di sostenere questi cambiamenti
pensando al bene comune, anziché difendere interessi particolari che sanno molto di interessi
elettorali. È anche importante che i giornali – seguendo la meritevole iniziativa dell'Eco di
Bergamo – aprano un dibattito su di un problema che sta diventando drammatico perché le risorse
economiche da dedicare alla sanità non possono crescere all'infinito ed in ogni caso è
nell'interesse di tutti evitare sprechi. Si spera anche che al dibattito aperto a tutte le
componenti della sanità segua comunque in tempi brevi l'azione.
Silvio Garattini
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