|
La medicina del dialogo
Corriere della Sera, Lombardia
9/10/2004
All'Ospedale San Paolo vogliono capire se i medici sanno (o se non sanno) ascoltare gli ammalati e
come gli parlano. Il colloquio con l'ammalato viene ripreso da una telecamera per poi poterne
discutere con il medico. Ci si sofferma sulle cose buone e su quelle dove si è eventualmente
sbagliato. Così, a Milano, imparare a parlare con il paziente sta diventando una materia di
insegnamento. E’ una iniziativa bellissima che si dovrebbe fare in tutte le Università. Che dottore
può essere uno che non sa ascoltare gli ammalati e non gli sa parlare? Il tempo in cui i medici si
tenevano la diagnosi per sé (“lei faccia l'ammalato, il medico lo faccio io”) è passato.
Oggi gli ammalati si informano e vogliono essere coinvolti (fra l'altro un ammalato
consapevole, attento ai suoi disturbi, colto o anche coltissimo è di grande aiuto). Purtroppo
in Italia, a parte il caso di Milano, siamo molto indietro e forse c’è qualcosa da fare ancora
prima di arrivare alla sofisticazione del San Paolo. Ci sono dei requisiti minimi per fare il
dottore. Chi è troppo introverso o troppo scontroso o è troppo facile a seccarsi è bene, forse, che
non ci provi neanche. In Italia, per i medici, essere gentili con gli ammalati è ancora considerato
un obiettivo da raggiungere. (C’è sempre, ai convegni, grande enfasi sulla “umanizzazione”
del rapporto con l'ammalato. A parte che è un brutto modo di esprimersi, la dice lunga su come i
medici si pongono nei confronti degli ammalati). Con gli ammalati è sbagliato parlare troppo poco,
ma è sbagliato anche parlargli troppo.
C'è anche chi non vuole sapere, “faccia lei, per me va bene”. O parlargli in troppe persone.
Quando si parla in troppi, quasi sempre si dicono cose diverse, anche senza volerlo. Il medico ha
pochi minuti per parlare con l'ammalato, l'ammalato ha tutto il giorno per pensare a quello che gli
ha detto il medico in quei pochi minuti, e se persone diverse gli hanno detto cose diverse, ha
tutto il tempo per interrogarsi sulle inconsistenze (che magari sono solo formali). La
conflittualità tra medici e ammalati (12.000 denunce all'anno in Italia) il più delle volte deriva
dalla incapacità dei medici a parlare con gli ammalati, a spiegargli che in tutte le attività
mediche c'è qualche probabilità di insuccesso.
Quasi sempre azioni legali nei confronti dei medici - in Italia un medico che abbia
lavorato venti anni ha 80 probabilità su cento di avere un avviso di garanzia (ma ha anche 80
probabilità su cento di venire assolto) dipendono dal fatto che sono pochissimi i dottori che sanno
resistere al desiderio di fare commenti sull'operato di altri dottori (“ma chi le ha dato questo
farmaco?” “vorrei proprio sapere chi ha prescritto questo esame e perché”). In spregio a tutte le
leggi sulla privacy pochissimi medici e pochissimi infermieri resistono alla tentazione di
parlare di malati e di malattie nei corridoi, in mensa, nei cortili degli ospedali. C'è, negli
ascensori degli ospedali americani un cartello: “l’ascensore è un luogo pubblico ricordatevi di non
fare commenti, qui, su fatti che riguardano i vostri ammalati”. Vuole dire che il problema ce l’h
anno tutti. Ma un cartello così, perfino negli ascensori, indica una sensibilità che da noi è di là
da venire.
Giuseppe Remuzzi
|