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Maggio 2004

La scienza biomedica, pur attraverso percorsi tortuosi e contradditori, riesce spesso a ottenere delle 'certezze' che difficilmente possono essere demolite, anche se possono essere sempre perfezionate.

Quando, per esempio, si afferma che il sangue circola nei vasi arteriosi e venosi pompato dal cuore, che l'insulina cura il diabete, che il vaccino antipoliomielite è stato una delle cause fondamentali per la drastica diminuzione della paralisi infantile, si riportano i risultati di ricerche scientifiche dimostrate, difficilmente smentibili.

Purtroppo con il tempo si è sviluppata una tendenza a inflazionare la 'scientificità'delle affermazioni. Anche coloro che si nutrono di ciarlataneria, per acquisire credibilità, pretendono di avere una base scientifica. Così molte pratiche, dall'omeopatia all'erboristeria, all'agopuntura, all'iridologia, dalla pranoterapia all'astrologia, dai ricostituenti agli epatoprotettori, si propongono all'attenzione del pubblico promettendo ogni sorta di vantaggi. Nessuno si scandalizza per questo; da tempo immemorabile gli uomini hanno coltivato le loro irrazionalità, dimostrandosi creduloni e spesso privi di spirito critico e di buonsenso.

Questo atteggiamento non va incoraggiato. Gli operatori scientifici devono sentire il dovere di erigere uno steccato perché sia ben chiara la zona di confine tra ciò che appartiene a un'area dove si cerca di capire, attraverso la ricerca sperimentale, dove stia la verità, rispetto a ciò che viene affermato in modo cieco, spesso strumentale a interessi economici.

Sia ben chiaro che questa delimitazione non comprende, per esempio, tutta la medicina ufficiale dal momento che anch'essa ha la sua zona di ciarlataneria e di superstizione. In molti casi il dovere di difesa della 'scientificità' nasce dall'obbligo di difendere la verità. Se gli astrologi pretendono di conoscere il futuro e giustificano queste loro capacità affermando di essere sostenuti da dimostrazioni scientifiche, è necessario reagire per far sapere al pubblico che ciò non è vero.

In altri casi il dovere nasce dall'obbligo di tutelare la salute, obbligo sancito, tra l'altro, dalla Costituzione. Vendere il nulla, come avviene con i prodotti omeopatici, rappresenrta un pericolo per i pazienti. Stanno infatti diventando sempre più numerosi i casi di persone che arrivano all'osservazione ospedaliera in condizioni disperate proprio perché sottoposte a pratiche di medicina alternativa, mentre avrebbero potuto probabilmente essere curate da interventi che hanno validità scientifica. In questi casi è forse più discutibile se lo Stato non debba intervenire, anziché lasciar fare.

Perlomeno, se non vuole esercitare proibizioni formali, dovrebbe autorevolmente informare il pubblico circa i pericoli di interventi terapeutici che non hanno base scientifica e quantomeno non legittimarli, per esempio attraverso la proposta di inserire i preparati omeopatici nel Prontuario Terapeutico Nazionale oppure di istituire per legge l'albo nazionale dei 'maghi' guaritori!

La scienza non ha invece nulla da dire quando pratiche che hanno a che fare con la salute non pretendono di avere basi scientifiche, ma altri tipi di fondamento, quali quello religioso. Gli operatori scientifici non hanno infatti titolo per intervenire, per esempio, nei viaggi dei malati a Lourdes; essi sono motivati da ragioni che non sono verificabili scientificamente, ma che tra l'altro non chiedono legittimazione alla scienza. La scienza e i suoi cultori devono quindi essere una parte importante e propulsiva nel combattere l'irrazionalità e soprattutto l'esaltazione e la celebrazione dell'irrazionalità e dei suoi 'prodotti'.

Tuttavia, questo atteggiamento deve diventare un obbligo quando i mercanti dell'irrazionalità vogliono far passare per scientifico ciò che appartiene alla superstizione e qualche volta rappresenta un vero e proprio imbroglio verso i più deboli e quelli che hanno meno cultura e spirito critico.

Preservare nel campo della Sanità il nucleo 'forte' delle pratiche che poggiano su solide basi scientifiche non significa essere arroganti, né tantomeno avere pregiudizi rispetto alle novità e alle innovazioni; significa, invece, stabilire un metro comune di giudizio, quello scientifico, che deve valere per tutti al di dentro e al di fuori dell'ambito degli operatori sanitari. Avere un metro comune rappresenta anche la garanzia, responsabilità primaria dello Stato, che gli interessi mercantili, spesso presentati come ideologie innovative, non prevalgano sugli interessi dei pazienti.

 

Silvio Garattini

 

 
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Ultimo aggiornamento: 21 maggio 2012 21.15.43 CEST