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Nuovo modello per la sanità
Corriere della Sera, Lombardia
27/7/2004
In questi giorni il Governo chiede alle Regioni un impegno preciso per ridurre le prestazioni
mediche inappropriate. È perchè la spesa per la salute continua a crescere in Italia e in tutti i
Paesi d'Europa. Come possono le Regioni trovare un equilibrio fra il Governo che gli chiede di
risparmiare, l'industria che mette sul mercato tecnologie sempre più sofisticate e farmaci sempre
più cari e i cittadini che vogliono tutto e subito? Fare una grande riforma?
Per esempio eliminare le ASL e far gestire direttamente alle Regioni medicina di base e
Ospedali? Forse un'altra riforma non serve. Per anni la Lombardia ha puntato tutto sul mercato. Si
è fatto leva sulla libertà di scelta del cittadino - che a dire il vero, c'era già prima - per poi
mettere in competizione Ospedali pubblici e cliniche private, che oggi competono per gli stessi
fondi (rimborso a prestazione, DRG). Questo ha generato un aumento dell'attività (che non è sempre
appropriata e nemmeno necessaria) e ha fatto aumentare la spesa.
Invece si potrebbe
- stabilire delle priorità, cioè il servizio sanitario regionale rimborsa al cittadino solo
quello che serve davvero in rapporto ai bisogni di salute e alle risorse a disposizione
- impegnarsi di più per prevenire le malattie. Ma darsi delle priorità e fare prevenzione, è
l'esatto contrario del mercato. E non basta, facendo scelte di priorità, di fatto si elimina la
competizione.
Significa, in pratica, rinunciare al 'modello lombardo'? In un certo senso sì, anche se
rimane il valore di un'esperienza che ha consentito di eliminare un po' di sprechi (anche se si
spreca ancora tantissimo), ha responsabilizzato amministratori e medici, ha messo le basi per fare
un passo avanti. Un merito del cosiddetto 'modello lombardo' è aver provato a fare di Ospedali e
cliniche private un sistema unico che venisse incontro alle esigenze dei cittadini (ridurre le
liste d'attesa per esempio).
L'idea era buona e potrebbe funzionare a patto che Ospedali e cliniche private – che comunque
hanno finalità molto diverse – collaborino (anziché competere) e lavorino con i medici di base allo
stesso progetto. Certamente non si può fare dall'oggi al domani e non per tutta la Lombardia.
Quello che però si potrebbe fare subito è un esperimento (come se fosse un progetto di ricerca).
Si prende un Ospedale di riferimento di una provincia o anche di un'area ben definita
della grande Milano e lo si collega formalmente con le strutture pubbliche e private di quel
territorio, e con i medici di base. Che diventerebbero l'asse portante di un sistema da vincolare
alle regole dell'evidenza scientifica. Il coordinamento potrebbe essere affidato alla ASL di quel
territorio che ha già uno strumento formidabile di programmazione: il 118.
L'Ospedale di riferimento dovrà essere 'aperto' ad almeno due nuove sfide: coordinare il
lavoro dei medici di base con quello degli specialisti e insegnare (nei grandi Ospedali si
insegnano cose diverse da quelle dell' Università). L'esperimento potrebbe durare tre anni. Dopo,
se funziona, cioè se ci si ammala di meno e si risparmia, si potrebbe estendere ad altre province o
ad altre aree di Milano. È una proposta, ce ne possono essere altre. L'importante è sperimentare.
Così com'è, oggi, quello lombardo non può ancora essere 'modello' (di sanità) per le altre Regioni.
Giuseppe Remuzzi
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